 MULA Orazio
Giuseppe Verdi
IL MULINO 1999 pp.173 |
La bibliografia relativa alle numerose
ricerche sulla poetica verdiana si è da poco arricchita di un
nuovo saggio
Giuseppe Verdi di Orazio Mula edito dalla casa editrice
Il Mulino che rientra nella collana "L’identità
italiana".
Proprio il titolo della collana è un ottimo
punto di partenza per iniziare a comprendere il percorso
concettuale dell’autore: tutta la trattazione è impostata in
maniera dialettica sul confronto fra la cultura italiana e
quelle straniere, in prima istanza quella tedesca e
secondariamente quella francese. L’ipotesi di Mula è quella
di ribaltare la consueta concezione che vede Verdi il paladino
della italianità e del tradizionalismo; egli sarebbe invece un
innovatore aperto soprattutto alle sollecitazioni provenienti
dal centro Europa. Se anche a prima vista questa sembra una
affermazione blasfema, è interessante seguire il ragionamento e
gli strumenti adottati dall’autore per comprendere se questa
prima impressione sia corretta ed eventualmente per approfondire
ulteriormente la conoscenza del maggiore operista italiano del
XIX secolo.
Le prime pagine del libro sono dedicate all’esame
della canzone scritta da Gabriele D’Annunzio in occasione
della morte del Maestro. Il richiamo a D’Annunzio getta il
primo ponte fra la cultura italiana e quella tedesca: il suo
decadentismo infatti risente molto dell’influenza di Richard
Wagner; in tal modo le parole del poeta che pone Verdi fra i
grandi della storia d’Italia (Dante, Leonardo e Michelangelo)
cominciano ad avere una funzione di destabilizzazione della
mitologia del compositore. Mula ricorda subito come "l’auto-superamento"
sia il concetto che secondo D’Annunzio accomuna Verdi agli
altri tre grandi italiani. Tale assunto diviene fondamentale
nell’ultima parte del lavoro dove si prende in esame l’opera
di Verdi in relazione alla tradizione del melodramma italiana
dell’800. Mula infatti, rifacendosi agli studi di F. Lippmann
pone a confronto la melodia verdiana e quella belliniana
mettendo in evidenza come la prima si vada progressivamente
slegando dalle esigenze di una metrica rigida e uniforme. L’utilizzo
sempre più frequente di versi con differenti metri allontana
Verdi dalla tradizione italiana dell’800; tale percorso giunge
al suo compimento nelle ultime due opere, Otello e Falstaff
con l’adozione delle forme aperte. Anche il suo interesse per
la situazione drammatica e per la parola scenica sono visti da
Mula come elementi di rottura rispetto al passato. Le
caratteristiche peculiari del melodramma verdiano che si sono
sviluppate fin dagli "anni di galera" non sarebbero
una evoluzione delle forme ereditate da Giacchino Rossini,
Vincenzo Bellini e Gaetano Donizetti, ma una totale innovazione
apportata da Verdi. Queste riflessioni richiedono considerazioni
più generali sia sul ruolo della tradizione della storia dell’arte,
sia sulle modalità di avvicinarsi e analizzare un testo
musicale. Riteniamo che l’esame condotto da Mula sulle opere
del compositore bussetano utilizzino una prospettiva o troppo
stretta o troppo ampia; da una parte, come si è accennato, l’autore
del libro punta la sua attenzione sul singolo verso e sul suo
rapporto con la melodia impostando la sua argomentazione su una
microanalisi degli elementi drammatici e musicali; dall’altro
cerca di concettualizzare questi microelementi raccontando le
trame delle opere. Crediamo che a questo approccio manchi un
livello intermedio di indagine relativo alle forme utilizzate da
Verdi: si tratta delle forme proprie della tradizione italiana
del XIX secolo che furono codificate nella prassi dal melodramma
rossiniano e che Verdi sicuramente modifica ed elabora, ma si
tratta di una rielaborazione avvenuta comunque all’interno di
una tradizione. Anche nelle ultime opere in cui Verdi subì l’influenza
di una figura come quella di Arrigo Boito attenta agli
avvenimenti culturali e musicali che avevano luogo all’estero,
c’è sempre una dialettica fra forme aperte e forme chiuse,
fra presente e passato. Proprio questa attenzione di Verdi alle
forme melodrammatiche, cioè alle strutture delle varie scene
costituisce l’elemento che collega la singola frase, il
singolo momento melodico alla vicenda. Contrariamente alla
dilatazione delle forme voluta e ottenuta da Wagner, Verdi trova
nella compattezza e nella sintesi i due elementi più
caratteristici: egli non esce dalle forme, ma le porta alle
estreme conseguenze e in questo senso svolge una funzione
storica analoga a quella che prima Johannes Brahms poi Gustav
Mahler assunsero per il sinfonismo tedesco. Tuttavia, a
differenza di quanto è avvenuto in Germania, dove le
avanguardie hanno infranto le regole dell’armonia
tradizionale, pur rimanendo all’interno della tradizione di
Franz Joseph Haydn, Wolfagang Amadeus Mozart e Ludwig van
Beethoven, il cammino della musica italiana si può considerare
conclusa quasi definitivamente con la parabola verdiana.
In questo senso, anche Mula afferma che né
la poetica verista né quella dei compositori dell’Ottanta
troverebbero le loro radici in Verdi. Il tentativo da parte di
Ildebrando Pizzetti, Giuseppe Marrtucci e Ottorino Respighi di
trovare in Verdi un elemento della tradizione a cui rifarsi
nasconde la volontà del fascismo di trasformare il compositore
di Busseto in un emblema dell’italianità e del
conservatorismo; al contrario i movimenti di sinistra fecero
leva sulla opposizione che Verdi ebbe con Wagner, considerando
il compositore tedesco l’antesignano del nazismo. Questo
costituisce solo un esempio delle pedanti dissertazioni
disseminate nel volume che cercano di inserire la figura e l’opera
del musicista all’interno di un contesto storico e biografico
più ampio; numerosi sono a questo proposito i riferimenti all’ambiente
ed ai personaggi del nostro Risorgimento, così come sono le
fonti dirette, soprattutto di carattere epistolare, cui Mula si
è rifatto. Crediamo tuttavia che una simile impostazione non
ponga correttamente le questioni relative alla sociologia della
musica: l’analisi del rapporto tra estetica e storia deve, a
nostro avviso, avvenire ad un livello epistemologico più
profondo. Ai fini di una comprensione dell’opera verdiana, non
è importante conoscere la sua corrispondenza con il ministro
della pubblica istruzione in occasione della riforma degli studi
musicali nei conservatori italiani o l’attività parlamentare
svolta dal compositore, ma indagare la dialettica esistenziale
fra la storia delle idee così come si è venuta ad attuare nel
XIX secolo e la musica di Verdi. In questo contesto anche il
problema dell’italianità di Verdi viene visto sotto una luce
diversa, cioè non tanto in riferimento agli avvenimenti e ai
personaggi che hanno caratterizzato la nostra storia durante
quel periodo, quanto in relazione alla cultura musicale italiana
dell’Ottocento. Solo ricercando nella musica e nella storia
delle sue forme è possibile comprende il modo in cui essa
esprime la società da cui nasce. La storiografia ci insegna a
"guardare" una composizione nella globalità della
struttura musicale che, nel caso del melodramma italiano del XIX
secolo è costituita, come è noto, da un tempo d’attacco, un
cantabile, un tempo di mezzo ed una cabaletta. Questa forma si
mantiene sostanzialmente invariata per circa settant’anni,
dalle prime opere rossiniane, in cui era in nuce, ad
Aida (1971). La sua sostanziale immutabilità ci
consente di comprendere come il pubblico italiano necessitasse
di un linguaggio musicale stabile e di semplice decifrazione che
gli consentisse di comprendere attraverso la musica i sentimenti
e le emozioni rappresentati sulla scena. Mula fa riferimento al
concetto di "parola scenica", ma proprio questa
nozione deve essere interpretata all’insegna del primato della
musica sul verso: non è tanto importante che la melodia si
modifichi nel corso del tempo, ma quanto che questa variazione
avvenga all’interno di strutture musicali chiaramente
percepibili dall’ascoltatore. Una tale resistenza al
cambiamento delle forme melodrammatiche denota una stabilità
del tessuto sociale italiano del XIX secolo in cui la
rivoluzione industriale e l’avvento della società borghese
stentavano a prendere il sopravvento creando un immobilismo
culturale rispetto a paesi come la Germania o la Francia. In
questa prospettiva risultano fuori luogo i riferimenti portati
da Mula ai rapporti fra Verdi e la cultura mitteleuropea poiché
estremamente diverso era il tessuto sociale italiano rispetto a
quello degli altri paesi. Le relazioni che il compositore ebbe
con l’ambiente parigino non gli impedirono di inserire le
forme che abbiamo visto essere proprie del melodramma italiano
ottocentesco in opere come Les Vêpres siciliennes ed
anche in opere più mature come Don Carlos. A questo
punto la dialettica che Mula voleva sottendere a tutto il libro
si trasforma in sterile contraddizione: se nel primo e nell’ultimo
capitolo Verdi appare come un personaggio innovatore e aperto al
confronto con realtà musicali e culturali diverse da quelle
presenti in Italia, l’autore del libro tratteggia nella parte
centrale una figura molto stereotipata e chiusa nelle
caratteristiche proprie dell’italianità (si legga per esempio
il capitolo "Verdi e la "roba"", nel cui
titolo appare immediatamente chiaro il riferimento al Mazzarò
verghiano).
Tuttavia la contraddizione di Mula non ci
sembra presente solo a livello contenutistico, ma anche
metodologico
e linguistico: fin dalle prime parti del libro il periodare
dell’autore sembra appartenere ad un’epoca passata così come
il quadro di riferimento teorico a cui egli si riferisce sembra
provenire più dal XIX secolo che dal XX. Tutto questo appare
dissonante con una visione di Verdi innovatore: una forma arcaica
e una storiografia antiquata mal sembrano adattarsi al desiderio
di argomentare una nuova visione del più grande operista italiano.
In sostanza, sia per gli argomenti esposti, sia per la metodologia
euristica non ci sembra che questo volume apporti contributi
di particolare interesse alla ricerca musicale sull’opera
verdiana:
esso può solo addurre qualche piccola novità per capire una
personalità così complessa come quella del Maestro di
Busseto,
ma non riesce a creare un legame fra la sua vita e le sue opere. |