 GALANTE Francesco, SANI Nicola
Musica espansa
RICORDI - BMG - LIM 2000 pp.454 |
Questo nuovo volume edito all’interno della collana
Le Sfere non può che essere accolto con plauso e soddisfazione,
visto che testimonia di un rinnovo di interesse e approfondimento
per la musica contemporanea in Italia. Il settore della musica elettroacustica,
dopo Introduzione alla musica elettronica di Armando Gentilucci,
non era stato forse più esplorato con approfondimento così vasto e
competente, andando così ad aggiungere un altro prezioso tassello
alla fondamentale collana che tiene alto il nome della vecchia Casa
Ricordi.
Dedicato al prematuramente scomparso Domenico Guaccero,
il testo di Galante e Sani si configura innanzi tutto come un preciso
affresco storico, non aneddotico, della nascita e degli sviluppi della
musica elettroacustica. Nulla viene dato per scontato, e anche i mitici
inizi vengono ripercorsi per intero, offrendo un punto di vista introduttivo
anche per il lettore nient’affatto specialistico. In compenso, il
volume si avvale di approfondimenti su scenari musicali poco esplorati
in passato come quelli latino-americani, di schede monografiche su
autori cruciali (Xenakis, Koenig, Risset, Chowning, Berio, Kagel),
di incursioni in opere estranee alla musica colta, di scandagli critici
sulla situazione presente, di analisi di forme, di moltiplicazioni
di ottiche teoriche (si pensi allo spazio concesso alla prospettiva
sul Paesaggio
sonoro di Schafer, il cui fondamentale libro ha aperto la collana de
Le Sfere).
Dato che si tratta di un’opera tanto importante quanto
necessaria, non procederemo a uno sterile sottolineatura di quanto
gli autori pregevolmente fanno, ma assumeremo il loro testo come un
interlocutore privilegiato di cui discutere alcune tesi di fondo e
i limiti, naturali per ogni libro, della loro investigazione storica,
teorica ed estetica. L’accentuazione del versante criticistico della
nostra lettura marca però anche la constatazione che il libro forse
si pone come “prematuro”, come bisognoso di una stesura più lucida,
soprattutto nell’economia tra le parti, e di un più meditato e organico
quadro teorico.
Ben fa Luigi Pestalozza, nella prefazione al volume,
a notare come una focalizzazione sulla musica elettroacustica porti
inevitabilmente a enfatizzare quel rapporto, redditizio ma spinoso,
tra musica e tecnica che è stato cruciale in tutto il secondo Novecento.
A questa notazione non si congiunge per forza la marcatura di soluzioni
di continuità radicali tra la musica strumentale e quella elettronica,
o tra gli obiettivi di un soggetto “tecnico” e di un soggetto “lirico”.
In questo senso, gli autori spesso forzano i termini della questione:
lo si nota fin dal titolo del primo capitolo dove di parla della «nascita
della musica tecnologica». È facile obiettare, infatti, che la musica
è sempre stata tecnologica, dato che anche un pianoforte è una selezione
e una modulazione tecnica di suoni (il sintetizzatore, in questo senso,
non costituisce quindi di per sé un salto di paradigma; se vi è discontinuità
in altri sensi, va chiarita).
Francesco Galante, nel primo capitolo, non manca tuttavia
di sottolineare fortemente come l’avvento dell’elettronica si inscriva
all’interno di un processo di cambiamento della musica occidentale
che trova le radici ad inizio Novecento. Il fatto che non siano state
le nuove tecnologie a aprire nuove idee musicali, ma che fossero queste
ultime a cercare nuovi canali di attuazione è testimoniato icasticamente,
come da tutti risaputo, da una figura come quella di Varèse, compositore,
per così dire, in attesa dell’elettronica per potersi esprimere.
Nemmeno l’avvento del rumore come competitore
del suono temperato si affaccia con l’elettronica, ma piuttosto emerge
sotto il segno delle percussioni. Ben fa invece Galante a sottolineare
come l’elettronica si fosse addentrata nelle forme di fruizione e
conservazione del materiale musicale fin dai primissimi anni del Novecento.
L’errore teorico (lo spettro del riduzionismo) sta nel pensare che
tra cultura (artistica) e tecnologia vi sia un’influenza unilaterale
e non un intreccio, un “far corpo”. Non che questo libro cada direttamente
in questo errore, ma dando troppo spazio a dichiarazioni di poetica
o scritti degli stessi compositori si finisce per ridurre l’analisi
alle loro dichiarazioni, senza controllarne la veridicità, gli accenti
retorici, gli entusiasmi eccessivi, gli “sbandamenti” del momento,
ecc.
Si veda come gli esiti artistici di Varèse siano straordinari
quando egli si pone in vista della musica elettronica (anni Venti-Trenta),
mentre non siano altrettanto brillanti quando la tecnologia agognata
infine divenne disponibile (Poème Electronique, 1958). Le disponibilità
di nuovi mezzi sonori non si traduce affatto immediatamente in nuovo
pensiero musicale. E talvolta, come nel caso del futurismo pittorico,
fu il mito della tecnologia a ispirare una poetica, e non i nuovo
media a garantire risultati ragguardevoli (si pensi come il futurismo
fallì in gran parte negli esiti cinematografici e sperimentali-musicali).
Parlare di «musica tecnologica» mi pare sia presa di
posizione pericolosa e tutto sommato fallace anche dal punto di vista
storico. Così come piuttosto semplicistico è affermare che i nuovi
media tecnologici aprano, non solo «un campo inedito e complesso dell’investigazione
artistica» (cosa verissima), ma anche una nuova «forma autonoma d’arte
musicale», come nel caso della musica concreta [cfr. pag. 37].
Da un lato si accetta l’affermazione di protagonisti
dell’avanguardia come Pierre Schaeffer, che si è dato vita a una musica
totalmente tecnologica, dall’altro si valorizza parimenti l’idea che
l’evento sonoro viene sottratto al suo legame connaturale con una
fonte genetica precisa (regime acusmatico), ossia viene colto
innanzi tutto come fenomeno di senso. In questi due corni argomentavi
contrapposti vi è a ben vedere il problema teorico se la musica come
discorso si collochi o meno al di là dei radicamenti genetici. E proprio
la musica concreta aggrava la problematica, visto che la provenienza
dei materiali sonori può divenire apporto di senso decisivo dell’opera
(si pensi ai rumori degli altiforni ne La fabbrica illuminata di
Luigi Nono, per quanto poi quest’opera non si inscriva pienamente
nel dominio della musica concreta).
Altro punto delicato è affermare, confermando le ipotesi
schaefferiane, che la musica tecnologica si connette a una riflessione
teorica a monte e a un’esplorazione della prassi dell’ascolto a valle,
distanziandosi dal comporre tradizionale che si connette invece a
uno sviluppo di una prassi dell’esecuzione [vedi pag. 48]. Non vi
è stato compositore nella storia che non abbia pensato anche in termini
di efficacia ricettiva, percettiva. Inoltre, figure come Giacinto
Scelsi dimostrano come l’esplorazione di altre componenti del suono,
oltre alle altezze, si situava indipendentemente dall’appartenenza
al campo di ricerca della musica elettronica. Il motto varesiano per
cui si deve «ricercare l’intelligenza che è nei suoni» auspica un’indagine
di essi che si vale dei nuovi mezzi tecnologici, ma non vi si risolve.
La disponibilità di una nuova tecnologia non crea immediatamente un
cambiamento culturale, ma è solo quando dei fermenti o delle esigenze
percepite socialmente si possono articolare produttivamente con essa
che questa inizia ad essere sfruttata e a configurare attorno a sé
un cambiamento di più larga scala.
Francesco Galante nel secondo capitolo fa una affermazione
di sicuro buon senso: «L’osservazione analitica del fatto sonoro è
un riportare il compositore a uno stadio prelinguistico, a una condizione
musicale privata di una tecnica». Tale affermazione richiede però
alcune precisazioni non trascurabili; parlare di dimensione prelinguistica
significa confrontarsi con una semantica del suono che è legata alla
prensione percettiva ed affettiva, dimensione che è già articolazione
di significato. La forma musicale viene riscoperta come forma del
contenuto che si articola con una forma dell’espressione sonora, la
quale tuttavia è piano del significante solo dal punto di vista relazionale,
perché in sottofondo essa continua a significare per proprio conto
- ora a latere, ora in primo piano - attraverso la risposta sensibile-affettiva
che attiva nel ricevente. Su questo sottofondo si concentra l’attenzione
della nuova musica, sulla drammatizzazione del venire alla luce, del
sostenersi e del scemare dei suoni (un’attenzione che comunque non
costituisce una soluzione di continuità radicale con il passato).
Questa nuova attenzione a ben guardare è prioritaria
rispetto al mezzo tecnologico; è sguardo culturale, prospettiva strategica
(e ciò spiega perché i mezzi elettronici più sofisticati possono essere
sfruttati nella maniera più bieca, come avviene oggi in tanti settori
della musica di consumo). La tecnologia certo cambia «l’idea di suono»
[pag. 66], ma non tanto perché vi sia un nuovo modo di produrlo e
di riceverlo, quanto per il fatto che il mezzo tecnologico consente
una esplorazione più dettagliata di come i suoni sono fatti e dei
modi in cui li riceviamo.
In definitiva, ciò che vorremmo enfatizzare è che innanzi
tutto la tecnologia si situa su una linea di continuità rispetto alla
antropizzazione trasformativa del mondo; in secondo luogo ciò che
la nuova musica (elettroacustica) coltiva è pur sempre la nostra competenza
sensibile e affettiva. La sottolineatura di questo sfondo teorico
minimale non sembri eccessiva; si tratta di fuoriuscire dalle categorie
ermeneutiche che un dato periodo storico (gli anni gloriosi dell’avanguardia)
ha proposto per autocomprendersi, di non accettare un’ottica storicistica
che schiaccia la comprensione dei fenomeni storici.
Che i compositori degli anni Cinquanta intendessero
fare tabula rasa rispetto al passato, sostituire gli strumenti
tradizionali con quelli elettronici per giungere a un vero salto di
paradigma della musica, è più cosa che attiene ai proclami che alla
pratica compositiva effettiva. Non c’è grande compositore di quel
periodo che non avesse un riferimento cosciente, ancorché altamente
selettivo, con la musica del passato, e non vi è compositore che accanto
ai brani elettronici non componesse brani strumentali in grado di
esemplificare al meglio la propria ricerca linguistica.
Nell’economia di Musica espansa occupa un posto
centrale, anche per dimensioni (108 pagine), il secondo capitolo sempre
scritto da Francesco Galante. Stranamente si intitola “Gli anni Cinquanta”,
mentre ricostruisce minuziosamente il sorgere dei vari studi di sperimentazione
e produzione elettronica che sorgono via via nel mondo, addentrandosi
abbondantemente negli anni Sessanta e anche molto oltre. Si tratta
di un capitolo fittissimo di date, luoghi, nomi e composizioni citate;
ha insomma una spiccata vocazione informativa, tanto che sembra prestarsi
più a consultazioni mirate che a una lettura lineare. Spesso la ricostruzione
storica prevale sulla riflessione critica, ma non per questo non emergono
delle prese di posizione chiare e mai apodittiche. Si valorizza l’esperienza
della musica concreta e dello Studio di Fonologia di Milano (con Maderna,
Berio e Nono), mentre si enfatizzano i forti limiti delle ricerche
ascetiche dello Studio di Colonia. In controluce si legge una adesione
all’idea che gli anni Cinquanta siano stati attraversati da una pesante
involuzione “accademica”, e nel contempo si riconoscono giustamente
gli straordinari risultati estetici conseguiti da alcuni grandi compositori
del periodo, certo esenti da una sterile aderenza a canoni scolastici.
Il fatto è che questa tensione bipolare della lettura di quegli anni
si correda poi di una cascata infinita di nomi e brani, con il risultato
che il lettore non è in grado di orientarsi e cogliere realmente dove
si situasse l’accademismo serialista/tecnofeticista e dove la “vera”
ricerca.
Scendendo nel dettaglio, la ricostruzione di Galante
risulta particolarmente profonda e stimolante soprattutto per ciò
che concerne la lettura delle opere di Maderna, oppure la chiarificazione
della nascita non ingenua ed sorprendente elettroacustica del minimalismo.
Il capitolo si chiude con la riproposizione con un affermazione
vera, ma scontata, sull’effetto retroattivo che l’esperienza di ricerca
elettroacustica ha avuto sulla musica strumentale. La cosa è certo
riscontrabile all’interno del percorso individuale di molti musicisti,
ma crediamo che ciò che a distanza di qualche decennio possiamo notare
- lo ribadiamo ancora una volta - è che la riflessione sul “corpo”
del suono, il rinnovamento del linguaggio, la percezione di nuovi
spazi espressivi e di coinvolgimento dell’ascoltatore hanno preceduto
e informato (e non solo seguito) l’elaborazione di nuove tecnologie
e il loro sfruttamento in composizioni elettroniche. Del resto, è
lo stesso Galante a notare come i «processi di delinearizzazione della
musica strumentale» abbiamo avuto inizio indipendentemente o parallelamente
alla pratica elettronica (Maderna, Scelsi, Nono, ecc.).
Il fatto è che la ricostruzione storica di Musica
espansa spesso si avviluppa su se stessa, perde di lucidità (si
veda come vi siano anche ripetizioni, come un serpente che si morde
la coda - a pag. 73 e a pag. 133 vi è la stessa citazione estesa tratta
da Xenakis). Ecco allora Galante affermare con decisione: «È evidente
che questo modo d’intendere la realtà sonora, trova le sue radici
nell’esperienza tecnologica ed elettroacustica del produrre il suono,
quindi è legata alla perdita dell’involucro meccanico dello strumento
musicale» [pag. 137]. Ciò è valido soltanto come uno dei lati della
questione, per cui è certo vero che non sarebbe nata la musica spettrale
senza le analisi del suono tecnologicamente disponibili, ma è parimenti
vero che i compositori spettrali traggono idea di quale sfruttamento
poietico di quelle analisi adottare da un compositore quale Giacinto
Scelsi.
La ricostruzione storica di Galante contiene anche una
tendenza a porre le varie e diverse istanze della nuova musica lungo
un asse di evoluzione; ma è ben vedere avrebbe giovato una maggiore
accentuazione della contemporaneità di strategie, programmi e forme
compositive in forte contrapposizione, di istanze prevalenti e di
altre sotterranee che riemergeranno prepotentemente più tardi (questa
visione in parallelo viene adottata solo nelle prime pagine).
Molto più lucido e penetrante è il terzo capitolo dedicato
all’«esperienza informatica negli anni Sessanta». Al centro vengono
posti compositori quali G.M. Koenig e soprattutto Iannis Xenakis,
e l’uso del calcolatole viene analizzato nel dettaglio, nelle strategie
culturali che ne hanno sotteso l’adozione. Riportiamo qui un brano
esemplare:
«Il programma concretizza una strategia
che miscela quanto è connaturato all’esperienza acquisita, a una predisposizione
culturale, con quanto è invece sotteso e disponibile al compositore
come scoperta. Lo spazio operativo del calcolatore è in grado quindi
di favorire nuovi processi nel lavoro musicale al pari di come, nell’esperienza
della musica elettronica nel laboratorio di fonologia, la natura di
quei mezzi tecnologici guidava quella del lavoro sperimentale attorno
all’oggetto compositivo.
Il calcolatore introduce una delle sue
valenze più significative: la capacità di simulare processi, di portare
di conseguenza sul tavolo del compositore soluzioni comparabili, la
cui analisi riguarda contemporaneamente il risultato musicale e le
metodologie che lo hanno prodotto». [pag. 163]
Ne esce un ritratto del compositore chino sull’elaboratore
tutt’altro che disumanizzato e “votato” o “arreso” alla macchina.
L’elaborazione decide della libera strategia compositiva del compositore,
nel senso che è decisiva nello sganciarlo dai luoghi comuni introiettati
e nel prefigurargli un campo di possibilità alternative inesplorate
sulla base delle quali scegliere. Questa decisività non è evacuazione
della poiesi autoriale, ma principio di orientamento rispetto a nuove
morfogenesi da trascegliere, sviluppare e connettere.
Di sicuro interesse informativo è il quarto capitolo
dedicato alle esperienze elettroacustiche latino-americane, mentre
appare un po’ posticcia la presenza del capitolo monografico su Cuba,
evidentemente scritto per altra occasione, visto che i vasti preamboli
generali ripetono cose già ampiamente ricordate nei capitoli precedenti.
Con il sesto capitolo entriamo nella sezione del libro
scritta da Nicola Sani, e il cambiamento di voce è oltremodo palese.
Il taglio del libro diviene più informativo, il quadro tracciato della
ricerca americana, divisa tra versante newyorkese e californiano,
è sommario, le analisi prendono come oggetto privilegiato la discografia
esistente e si trasformano quasi in guide all’ascolto. Quest’ultima
parte (il capitolo 8) avrebbe avuto migliore collocazione come appendice
al libro e soffre del fatto che l’organizzazione delle varie edizioni
discografiche viene assunta come geografia credibile dell’esistente,
risparmiandosi la ricostruzione di un paesaggio “originale” e euristico.
Il nono capitolo, intitolato “Particolari”, si pone
come una raccolta di approfondimenti su autori centrali nella storia
della musica elettroacustica, ma ne risulta una serie di tasselli
molto limitati (6 appena), arbitrari e spuri (alcuni sono dei brevi
ritratti storico-critici di un autore, altri sono la raccolta di testimonianze
dirette, o attraverso scritti riportati o attraverso la formula dell’intervista).
Il decimo capitolo contiene una ottima ricostruzione
della tentazione intermediale connaturata alle ricerche elettroacustiche,
ma finisce per avere larghi punti di sovrapposizione con i capitolo
iniziali del libro (un sistema di rimandi interni al libro avrebbe
risolto fastidiose ripetizioni).
Dal capitolo 11 fino alle due appendici si registra
una forte apertura dialogica delle forme colte con quelle elaborate
nell’ambito rock e jazzistico; si passa facilmente da autori come
Nono a complessi o autori illustri dello scenario pop. Nicola Sani
dimostra conoscenze a largo raggio e non di seconda mano su questi
fenomeni osmotici tra le ricerche musicali nei vari ambiti, ma manca
un’opera di sistematizzazione e di valutazione critica nel dettaglio.
In ogni caso viene sollevata una questione davvero problematica e
urgente, con prese di posizione chiare, per esempio rispetto al minimalismo,
cosa che induce a rinviare ad altra occasione una disamina più dettagliata
del contributo di Sani.
Sul finale del volume si trovano insomma alcuni temi
molto interessanti, che espandono l’oggetto della ricerca elettroacustica,
e aprono il libro a un dibattito a 360 gradi: basta citare il capitolo
sul paesaggio sonoro (il tredicesimo) o l’appendice sulle tecniche
vocali estese per esemplificare altri questioni cruciali su cui Orfeo
nella Rete non potrà che ritornare più diffusamente.
Da ultimo, restano da rilevare, rispetto all’economia
del libro di Galante e Sani, le affermazioni dell’ultimo capitolo;
si sostiene che la ricerca tecnologica in campo musicale ha subito
spesso asfittiche involuzioni, che non hanno «portato a nessun risultato
interessante dal punto di vista compositivo». Feticismo tecnologico,
utilizzazione banale dell’elettronica, esperimenti fine a se stessi,
spettacolarizzazione effettistica: sono tutti fenomeni che devono
essere scorporati dalla storia della ricerca elettroacustica, tanto
che Sani auspica che alcune realizzazioni «dovrebbero cominciare a
sparire» dato che sono state solo esperimenti di passaggio o addirittura
a latere, inessenziali.
Questa opportuna esigenza di far ordine nella cartografia
dell’esperienza elettroacustica, di tratteggiare gli scenari di fine
millennio, di evidenziare i perni fondamentali della storia musicale
recente che passa attraverso la sperimentazione tecnologica, non si
traduce in Musica espansa in una effettiva selezione critica
del materiale; prevalgono le elencazioni di nomi ed esperienze, manca
un profilo chiaro di parametri estetici di valorizzazione di autori
piuttosto che altri: si finisce con il trascurare l’analisi di composizioni
cruciali e di abbordare davvero le esperienze più recenti. Ecco il
deficit di spazio che si registra rispetto all’analisi degli anni
Ottanta di Nono (dal live electronics al “ritorno” del nastro
in La lontananza nostalgica utopica futura), di tutti i compositori
che hanno lavorato attorno allo studio di Friburgo (Schnebel, Richard,
ecc.) delle esperienze della musica spettrale (Murail, Grisey, Dufour,
Manoury, Dalbavie, ecc.), delle vaste composizioni di Xenakis (Kraanerg,
Persepolis, La Légend d’Eer, Gendy3, ecc.), della
scuola scandinava (Lindberg, Saariaho, Mortherson, ecc.), dell’uso
del nastro in opere liriche (Die Soldaten, Hyperion,
Al gran sole carico d’amore, ecc.), di compositori particolarmente
attratti dall’interazione tra strumenti/voci e nastro (Halffter, Nuñes,
Höller, Obst, ecc.). Tutti versanti certo toccati dai due autori,
ma insieme a tanti altri, mancando sia di orientare in maniera più
chiara il lettore, sia di prendere posizione più chiara rispetto a
ciò che va valorizzato e ciò che può essere messo in secondo piano
nell’ormai non breve storia della musica elettroacustica.
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