 BORIO Gianmario, MORELLI Giovanni, RIZZARDI Venerio (a cura di)
ARCHIVIO LUIGI NONO, STUDI, I, 1998
La Nuova Ricerca sull'opera di Luigi Nono
OLSCHKI 1999 pp.198 |
La morte di Luigi Nono ha lasciato un vuoto terribile
nella musica italiana, che giace ora anche disorientata, sospesa
tra i voli "alti", dimostratisi possibili nell'opera
del maestro veneziano, ma certo incalcolabilmente difficili
da raggiungere, e una pratica di compositore perseguibile in
Italia solo se patteggiata con istituzioni, con adesioni di
corrente, con saggi autoconfinamenti entro il sistema delle
commissioni. Ecco stuoli di mediocri abbarbicarsi in qualche
modo nel palcoscenico della cronaca, attorniandosi di qualche
celebrità dello spettacolo, oppure - peggio - talenti rifugiarsi
in una vita ritirata, magari in provincia, pieni di disillusioni
e nella credenza (fallace, talvolta) che l'ambiente, per quanto
asfittico, non inficerà molto la loro ispirazione. Solo quei
pochi già affermati o quelli che hanno deciso di lavorare all'estero
rimangono fuori da questo quadro un po' sconsolante.
Nono è uno spartiacque per la musica italiana,
un’esplosione creativa che suona come un appello, a cui
non si può restare indifferenti; siamo convinti che la strada
noniana possa essere proficuamente seguita, che l'esperienza
lasciata dal maestro veneziano possa funzionare come un testimone
pronto a passare di mano e ad arricchirsi di volta in volta.
È troppo estrema, complessa, personale la musica di Nono perché
possa prestarsi a uno stuolo di epigoni; essa può funzionare
invece come terreno di confronto, come valico aperto, come insegnamento
dell'ancora possibile e nuovo (del resto basti vedere come l'esperienza
noniana trovi alte germinazioni in Lachenmann o in Rihm persino,
nonché nei giovani compositori che collaborano con la Heinrich
Strobel Stiftung di Friburgo).
La fondazione di un Archivio Luigi Nono, non appagato
della propria stessa esistenza, ma capace di essere realmente
attivo, di attribuirsi un compito culturale ad ampio raggio,
non è che il giusto segno, ancorché timido, di assunzione e
di continuazione della cospicua eredità noniana. Tra le mani
ci troviamo oggi questo prezioso libro pubblicato dalla Olschki,
di cui il titolo (La nuova ricerca sull'opera di Luigi Nono)
trova perfetta conferma nella qualità degli interventi critici
ospitati.
Cacciari nella premessa che apre il libro, indica
quattro obiettivi primari dell'Archivio: 1) la catalogazione
della documentazione sull'opera di Luigi Nono con un piano di
pubblicazioni che comprenda anche i suoi carteggi; 2) la diffusione
della conoscenza sulle tecniche esecutive e sul loro retroterra
estetico (e più in generale filosofico); 3) lo studio critico
sulle linee di continuità nella sua opera dagli anni cinquanta
agli anni ottanta; 4) la ricostruzione di un "pensiero"
noniano. Questi due ultimi obiettivi cominciano ad essere "saggiati"
già dai vari autori che intervengono nel volume, a cominciare
da Gianmario Borio, che pone la questione centrale della ricostruzione
del "processo compositivo" noniano. Borio, uno dei
curatori del volumi, apre il suo saggio problematizzando l'approccio
filologico che informa gran parte degli interventi, in particolare
concentrandosi sull'uso degli schizzi autografi nell'analisi
critica dell'opera di un autore. In Nono la questione dello
studio degli schizzi è tanto più importante in quanto il maestro
ha raramente esplicitato il suo trattamento del materiale musicale,
i suoi principi compositivi. Lo studio degli schizzi "incrementa
la comprensione di un'opera mostrando proprietà e funzioni di
strutture fondamentali che spesso non sono udibili o visibili
in superficie" [pag. 6]. Naturalmente questo approccio
filologico è sospeso sul delicato crinale che porta pericolosamente
a risolvere il significato di un'opera nella poetica (nel fare
intenzionale implicito o esplicito) dell'artista. L'opera di
Nono vive al di là delle sue intenzioni e gli effetti di senso
non sono delimitati dal processo genetico dell'opera. Ma sono
questioni epistemologiche su cui non è nemmeno interessante
qui porre al centro della discussione; quello che conta è che
Borio fa osservare quale potenziale euristico possano avere
concetti teorici noniani appartenenti al suo "linguaggio
privato" come mutazioni, blocco sonoro, vibrazioni,
proiezione melodica e proiezione armonica, variazione
strutturale, oppure le sue concezioni personali di tema
o di serie. Borio mostra perfettamente come l'analisi
di opere altrui da parte di un compositore come Nono vada ad
occupare "una posizione intermedia tra la trattazione teorica
e il processo creativo" [pag. 13], ma soprattutto come
alla base della ricerca noniana stia l'idea di una imprescindibile
elaborazione di un'identità sonora della composizione,
per cui "l'indeterminatezza della partitura si rivela pertanto
non come indice di una fragilità o irrealizzabilità dell'idea,
bensì come sintomo di una emancipazione della dimensione fisica
del suono che non ha precedenti" [ivi]. Queste precisazioni
di Borio appaiono fondamentali per la comprensione dell'opera
noniana, della sua fragilità come della sua ambizione. Esemplare
anche la lucida spiegazione della tecnica degli spostamenti
utilizzata da Nono negli anni cinquanta (ma che trova equivalenti
anche in Maderna, Boulez, Babbitt ed altri). Questi calcoli
formali mettono in luce l'approfondimento serio e nient'affatto
pretestuoso che la musica contemporanea ha condotto rispetto
al problema della germinazione di nuove forme; ecco che il metodo
stocastico di Xenakis
non è stato in realtà che il caso più eclatante e dichiarato
di questa ricerca.
Se il saggio di Gianmario Borio resta forse il
perno centrale del volume, non mancano certo altri saggi di
grande interesse. Veniero Rizzardi ricompone le tappe del confronto
noniano con l'opera, confronto pieno di contraddizioni, di tensioni
interne che sono sfociate nella chiarificazione personale di
una vocazione alla drammaturgia pura del suono, alla "tragedia
dell'ascolto", ove l'elemento scenico e la drammaturgia
teatrale potevano infine essere quasi del tutto eliminati. Rizzardi
mostra che questa chiarificazione poetica in Nono non avviene
soltanto nel Prometeo (e nella progressiva emancipazione scenica
di esso), ma già a partire da A floresta é jovem e cheja
de vida (1966).
Molto ricco il saggio di Angela Ida De Benedictis,
che affronta il tema del rapporto testo letterario/musica nelle
composizioni dei primi anni sessanta: le fonti documentali autografe
vengono utilizzate per mostrare come il confronto con il testo
letterario avvenisse già di primo acchito in termini musicali.
Ma soprattutto come il progetto estetico fosse innanzi tutto
- e comunque fondendosi con le ragioni politiche - una presa
affettiva dei testi letterari selezionati: "la musica che
materializzerà queste personali interpretazioni emotive del
testo prescelto non descriverà o imiterà quelle impressioni,
quei turbamenti, ma sarà quelle emozioni" [pag.
72].
Stefano Bassanese si concentra sulla versione
del 1965 de Composizione per orchestra n. 2 - Diario polacco
'58, in cui Nono aggiunge delle parti per nastro magnetico,
malgrado le indicazioni di utilizzo di questo materiale non
abbiano trovato riscontro in una indicazione dettagliata della
regia sonora nella partitura: con ciò lasciando un ulteriore
segno del carattere caminantes delle sue opere, della
necessità di rendere ogni esecuzione una nuova esplorazione.
Il saggio di Marinella Ramazzotti tratta del difficile
caso di Y entonces comprendió (1970), ove l'opera è in
gran parte affidata al lavoro compiuto all'epoca da Nono con
le sei esecutrici e alle tracce di materiale documentale autografo.
Emerge come già in un brano che apre gli anni settanta, come
l'opera fosse un'asse tensivo tra compositore e interpreti,
in cui la scrittura ha carattere provvisorio, pronta a raffinarsi
dal confronto con l'esecuzione, guida mnemotecnica a ciò che
è risultato possibile, ma anche pertugio mobile all'ancora esplorabile.
Manuel Cecchinato affronta il tema dell'uso del
live electronics come massima estensione dell'idea di
suono mobile, suono che attraversa lo spazio, che inizia
e finisce in diversi punti dello spazio acustico, suono che
si spande e che si concentra, che si modula, che si mette in
cammino. Cecchinato mostra come la mobilità del suono fosse
pertinente in Nono a una doppia ricerca: la prima (mobilità
interna) legata all'investigazione di prassi esecutive che
mettessero in mobilità il suono sia per ciò che riguarda l'intensità,
che le altezze (ma non solo); la seconda legata all'uso delle
tecniche live electronics (costruzione di uno spazio
virtuale), ma anche in primo luogo all'investigazione della
risonanza specifica del luogo sede dell'esecuzione (spazio fisico
e eventuali costruzioni architettoniche).
Completano il volume un saggio in francese di
Laurent Feneyrou sullo stretto legame tra la poetica di Jabès
e quella di Nono, culminata nell'opera Decouvrir la subversion,
nonché ben cinque interventi in tedesco (Erika Schaller, Wolfgang
Motz, Joachin Noller, Lydia Jeschke, Stefan Drees).
In definitiva, questo primo volume della serie
Archivio Luigi Nono - Studi, edita dalla Olschki, costituisce
un rilancio della ricerca sull'opera del compositore veneziano,
di grande importanza per ogni studioso della musica del '900,
ma anche fruibile e interessante per un lettore che voglia farsi
un'idea di ciò che sta sotto l'opera noniana. Naturalmente si
auspica che la collana possa continuare con altri volumi; in
particolare ci parrebbe interessante uno studio sulla semantica
noniana, sulle modalità semiotiche e retoriche che informano
il discorso musicale (si pensi alla costruzione per episodi
di lancinante concentrazione di Fragmente - Stille, an Diotima
o di No hay caminos, hay que caminar... Andrej Tarkovskij).
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