SCIARRINO Salvatore

Le figure della musica da Beethoven ad oggi

RICORDI
1998
pp.148

«È ancora possibile scrivere una poesia dopo Auschwitz?» Nella celebre frase di Theodor Wiesengrund Adorno è racchiusa tutta la problematica dell’arte contemporanea: già nella complessa figura artistica di Arnold Schönberg è implicito il dramma della incomunicabilità e della solitudine del musicista nella società di massa; dopo la seconda guerra mondiale il divario fra nuova musica e pubblico è diventato sempre più incolmabile. L’ascoltatore sembra non avere più né punti di appoggio né strutture semantiche per riconoscere la grammatica della produzione musicale; ogni compositore, d’altra parte si sente libero dagli obblighi di seguire un principio dialogico e quindi si considera affrancato da ogni necessità espressiva. Tuttavia negli ultimi anni si può riscontrare in alcuni autori la volontà di riallacciare il dialogo con il pubblico e di recuperare il filo di una tradizione solo in apparenza perduta. I tentativi fatti in questa direzione sono molteplici: fra essi segnaliamo questo libro del compositore Salvatore Sciarrino, Le figure della musica da Beethoven ad oggi, edito da Ricordi.

Si può riscontrare una precisa impostazione metodologica che sostiene tutto il libro: la tesi di Sciarrino riguarda la possibilità di "comprendere" un brano di musica non solo attraverso le "figure", cioè le forme ("Processi di accumulazione", "processi di moltiplicazione", "Little bang", "trasformazioni genetiche" e "forme a finestre"), cui ci ha abituato la tradizione, ma anche attraverso altre "categorie" (utilizziamo il termine "comprendere" non solo per riferirci alla sfera cognitiva, ma presupponendo anche che vi siano diversi modi di organizzare i dati che provengono dal mondo sia esterno sia interno, a seconda che concernino la sfera emozionale, affettiva, percettiva, ecc.). Si smentiscono in un certo senso i presupposti della psicologia della Gestalt: se è vero che la nostra percezione avviene attraverso dei formanti che noi gettiamo nella realtà, le successive ricerche stanno mettendo in crisi l’ipotesi di un isomorfismo tra le strutture della realtà e gli schemi psicologici del soggetto. Scardinando in questo gli ultimi baluardi dell’oggettivismo, siamo così in grado di concludere che i formanti possono variare a seconda delle circostanze, delle esigenze e delle determinazioni storiche.

La struttura del libro suddivisa in sei "lezioni" lascia trasparire il suo intento pedagogico. Sciarrino imputa all’educazione musicale di essere restrittiva ad un «approccio generale». Egli individua il problema della formazione degli esecutori nella ricerca del significato della musica: limitarsi a constatare l’impossibilità di creare una corrispondenza tra la grammatica della musica ed il piano puramente concettuale non consente di indagare in altri ambiti per trovarvi il senso del linguaggio dei suoni. E proprio questa esplorazione costituisce il tentativo compiuto dall’autore in questo libro. Tuttavia ciò non significa che egli abbia voluto redigere un manuale o un metodo di insegnamento musicale: crediamo che le sue "lezioni" debbano essere considerate come elementi esemplificativi per rifondare sia l’educazione musicale nelle scuole e nei conservatori, sia la fruizione della musica. L’autore utilizza differenti canali comunicativi che alterna, affianca ed integra con il testo scritto: due compact disc, infatti, accompagnano il volume e contengono brevi frammenti di brani musicali di cui l’autore si serve per spiegare meglio il suo discorso. Il testo contiene espliciti riferimenti agli esempi che in alcune lezioni seguono una parte introduttiva, mentre in altre costituiscono l’impianto dell’argomentare. Sciarrino sceglie quindi di fare ricorso non solo a più codici, ma anche a vari stili di comunicazione. Anche l’uso delle immagini non è puramente decorativo, ma risponde a precisi criteri conoscitivi: una delle finalità del libro è quella di trovare forme trasversali alle varie arti e per questo l’inserimento di quadri, di tappeti di fotografie, di edifici è funzionale al nuovo approccio che l’autore intende proporre; un approccio quindi dove argomentazione e stile espositivo si vedono rispecchiate l’una nell’altro. I continui rimandi tra testi, immagini ed ascolti consentono a questo libro di non essere una semplice giustapposizione di codici differenti, ma di essere fondato su una vera e propria integrazione "multimediale". Così per esempio di molti brani sono riprodotte le partiture dove vengono evidenziate le parti più importanti nell’ambito del discorso svolto da Sciarrino (si veda il finale del secondo atto di Die Meisteringer von Nünberg, p. 74); in altri casi l’autore stesso costruisce un diagramma che costituisce la visualizzazione della forma del brano in esame (è il caso dell’inizio del n.1 di Kronra-Punkte di Karleiheinz Stockhaausen, p. 77). Ma ancora più interessante è l’accostamento tra musica ed arti figurative: in questo modo per spiegare le "trasformazioni genetiche" l’ultimo movimento del Quartetto op 131 di Ludwig van Beethoven viene posto a confronto con dipinti di Francis Bacon, Alberto Burri e Sol Lewitt. (pp.82-88)

L’apertura a diversi linguaggi espressivi è finalizzata alla ricerca di nuove forme attraverso cui comprendere sia la musica contemporanea sia quella del passato. Le acquisizione estetiche di ogni epoca, infatti, permettono non solo di condurre alla realizzazione di nuove opere d’arte, ma anche a reinterpretare la produzione precedente. Sciarrino indaga nella storia per trovare nuove strutture interpretative che aiutino la comprensione della musica contemporanea: si compie in tal modo un percorso a ritroso, nel tentativo di identificare altri modi di "guardare" o meglio di "ascoltare", cioè di segmentare, la produzione musicale del nostro secolo. L’autore cerca sia nella scienza e nella tecnologia, sia nelle altre arti alcuni principi organizzatori che possano valere anche per il campo percettivo relativo alla musica in una maniera differente rispetto a quella a cui ci ha abituato la tradizione storiografica e musicologica.

Sciarrino parte da Beethoven perché, a suo avviso, con questa figura si inizia la "spazializzazione del tempo". Egli ritiene che ogni qual volta la nostra memoria esce dal tempo presente per rivolgersi al passato si esce da una dimensione meramente temporale per entrare in quella spaziale. Questa definizione ci sembra contrastare con le considerazioni di Henri Bergson, Edmund Husserl e successivamente Alfred Schutz. Secondo questi autori il termine "spazializzazione del tempo" è sinonimo di tempo oggettivo, definizione propria della fisica e delle scienze positive a cui si deve contrapporre il tempo della coscienza come flusso continuo ed unitario in cui si connettono passato, presente e futuro superando una concezione lineare del tempo. Al di là di questa precisazione terminologica crediamo che la linea interpretativa assunta da Sciarrino, non sia lontana dalle concezioni sul tempo che si sono sviluppate da Friedrich Nietzsche in poi. Il termine di "spazializzazione del tempo "è pienamente giustificabile all’interno di un panorama che vuole sottrarre la temporalità da una concezione lineare; esso inoltre cela la volontà di ritrovare nella musica del passato quella prassi compositiva propria dell’avanguardia del dopoguerra che assumeva l’elemento spaziale come protagonista dell’opera musicale. Richiamare l’idea di spazio pone anche l’attenzione sull’aspetto figurativo (non a caso nel titolo appare la parola "figure"): come si è detto l’autore tenta di trovare in altri ambiti artistici e disciplinari la giustificazione delle forme tipiche della nuova musica.

Siamo inclini a diffidare di ogni classificazione e la mancanza di una introduzione, di una cornice che guidi la comprensione di questo testo, pur costituendo una grave carenza, lascia la libertà di costruirsi i propri percorsi di lettura: il libro appare così uno strumento di lavoro; le forme rintracciate, i frammenti scelti, i vari modi di condurre le analisi degli ascolti non hanno e non possono avere un valore normativo, ma devo costituire spunti per ulteriori indagini.

Stefania Navacchia

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