 FERTONANI Cesare
Fondazione Giorgio Cini
ISTITUTO ITALIANO ANTONIO VIVALDI
La musica strumentale di Antonio Vivaldi. Studi di
OLSCHKI 1998 |
L’attività della Fondazione Giorgio
Cini, massima istituzione culturale della città di Venezia, è riservata
in larga parte alla divulgazione della musica dei tempi della Serenissima,
e come testimoniano le numerose pubblicazioni su Vivaldi, si pone
come il principale punto di riferimento di tutte le ricerche sul
musicista veneziano. Proprio la collana Quaderni vivaldiani si è
arricchita nel ’98 di ben due volumi usciti in contemporanea: il
primo contiene il presente studio di Fertonani mentre il secondo
raccoglie gli atti di un convegno tenutosi nel ’97 (vedi).
Per la sua completezza, il libro
di Fertonani giunge senza dubbio a colmare un vuoto nella bibliografia
vivaldiana, che non contava ancora uno studio così sistematico sulla
musica strumentale. Nonostante il volume sia quasi interamente dedicato
all’analisi delle partiture strumentali del musicista veneziano,
Fertonani non tralascia quegli aspetti biografici che riguardano
da vicino la nascita delle opere, fornendo così importanti contributi
anche per la biografia del Prete rosso.
Il primo capitolo è costituito da
un lucido ed esauriente inquadramento storico che prende in considerazione
vari aspetti sociali, tra cui la condizione del musicista impresario
di sé stesso e costantemente alla ricerca di un editore. A quei
tempi, infatti, tale ricerca implicava anche la scelta della tecnica
di stampa da adottare che, a causa dell’arretratezza dell’editoria
musicale italiana, influenzava la diffusione dell’opera, tant’è
che molti compositori facevano pubblicare i propri lavori oltralpe.
Dopo questa parte introduttiva Fertonani
giunge a tracciare le linee generali della produzione del musicista
veneziano. Oltre a delineare le caratteristiche salienti dello stile
vivaldiano, lo studio cerca anche di mettere ordine nei periodi
di composizione delle opere di Vivaldi ed aggiunge importanti tasselli
per stabilire, se non proprio date precise, almeno una plausibile
sequenza cronologica dei manoscritti sparsi in numerose città europee
tra cui Torino, Londra, Parigi, Dresda e, naturalmente, Venezia.
Lo studio di Fertonani pone Vivaldi
come uno degli artefici dell’evoluzione del concerto, all’insegna
della convergenza e dell’integrazione dei generi “da chiesa” e “da
camera”. Infatti, il genere più frequentato dal musicista diviene
una vera e propria categoria estetica del suo pensiero compositivo,
che “si concretizza in un fenomeno di assimilazione dell’architettura,
delle strutture formali, delle tecniche di scrittura, dello stile
e della gestualità del concerto in altri generi” (p. 90), compresi
quelli legati alla musica vocale.
Un luogo comune sulla produzione
vivaldiana è quello attinente ai “titoli” dati a molti concerti,
un’operazione che avrebbe avuto il solo scopo di attrarre compratori
ed editori e assecondare i gusti della committenza. Qui invece Fertonani
espone una sua interessante teoria: l’interesse commerciale convive
con la volontà del musicista di sperimentare tutte le possibilità
rappresentative della musica strumentale e la sua tendenza a far
convergere i vari generi musicali si manifesterebbe in una sorta
di “drammatizzazione” dei Concerti “a tema”, che conterrebbero un
forte legame con il dramma musicale vero e proprio.
Un breve, ma importante paragrafo
del libro è dedicato alle famose trascrizioni bachiane dei concerti
di Vivaldi. L’argomento potrebbe diventare un’occasione per condurre
una sorta di riscatto del musicista veneziano nei confronti dei
suoi contemporanei Händel e Bach, considerati giustamente come coloro
che hanno raggiunto le più alte vette artistiche del periodo barocco.
In controtendenza con una “moda” musicologica che tende a rivalutare
esageratamente alcuni compositori, Fertonani, pur sottolineando
l’enorme importanza dello studio delle partiture vivaldiane da parte
di Bach, non cede a questa tentazione e mette in evidenza la maggiore
ricchezza delle trascrizioni bachiane: “laddove le ripetizioni e
le progressioni configurano una modularità letterale giudicata troppo
prevedibile e quasi meccanica, Bach interviene a spezzarne la logica
iterativa, ridisegnando i profili melodici” (p. 305). Nonostante
l’autore sottolinei come Vivaldi sia stato un innovatore del genere
del Concerto, è innegabile che Bach lo abbia così profondamente
elaborato nei Brandenburghesi fino a all’impossibilità “di ridurre
a uno schema ideale i movimenti bachiani nella forma col ritornello”
(p. 308), che rappresenta la struttura di maggiore importanza impiegata
dal musicista veneziano.
Per il suo taglio specialistico
e le numerose analisi musicali, il libro di Fertonani risulta di
difficile lettura a tutti coloro che non hanno competenze specifiche.
Tuttavia, anche per i non addetti ai lavori, vi sono passi assai
interessanti e chiarificatori. |