INCARDONA Antonietta

Il tempo della musica, le Sonate per pianoforte di Carlo Alessandro Landini

RUGGINENTI
2002
pp.195

In questi anni siamo ritornati a temi da tardo impero, si assiste al passaggio dal concetto di libertas a quello di securitas, ossia all’approdo verso l’egoistico possesso, sicuro e garantito, dei propri beni, da godere con ogni confort. Nell’età della telecrazia, nuova età del Biedermeier, l’arte è coinvolta con la gestione economica, approdando a un’estetica domestica, pronta all’uso, a un’arte che l’artista-mercenario realizza non per un bisogno spirituale, ma pro domo sua. "La storia della musica procede a sbalzi" - scrive Landini – "vi sono dei periodi grandiosi e altri di minore tensione", nei quali gli artisti sono interessati più al proprio hortus conclusus che ai grandi temi dell’arte, combattendosi fra loro ed escludendo sempre l’altro, quando invece le culture diverse si dovrebbero connettere fra loro perché all’una manca la verità dell’altra, ma proprio in questa mancanza occorre riconoscere ciò che le accomuna.

I vari linguaggi dovrebbero confrontarsi, senza essere idealisticamente ricondotti a un’unità superiore, perché nessun progresso, così come lo intendeva la filosofia di stampo ottocentesco, è possibile nelle cose dell’arte che sospendono la concezione del tempo storico rettilineo, per realizzare una sorta di contemporaneità di tutti i tempi (è per questo che i capolavori rimangono sempre tali), lo sa bene Landini ch’è uno dei Maestri che meglio sanno sfruttare, nella sua ricerca di sintesi linguistica e formale, l’infinito bagaglio di tecniche e stili che la storia mette a disposizione.

L’artista contemporaneo – come lo ha definito Spencer – è colui che ha la consapevolezza di ciò ch’è andato perduto e ripensa la storia (dell’arte), non riappropriandosi furbescamente degli stilemi del passato, ammiccando alle mode e accondiscendendo ai gusti del pubblico, ma con la coscienza che il concetto di "contemporaneità" non può essere meramente numerico, ma che nel tempo dell’arte si presentano cose le quali sono sempre accadute e che sono sempre eventuali e accadibili, nella sovrapposizione di tutti i tempi storici, come in una polifonia a tante voci, che ci narrano dell’avventura dell’uomo, una simultaneità dei tempi che assomiglia allo spazio/tempo sospeso dell’eternità. Sulla problematica del tempo (spazializzato e psicologico) s’incentra il libro di Antonietta Incardona, pianista e direttrice d’orchestra, laureatasi in musicologia al DAMS di Bologna con una tesi analitica sulle Sonate per pianoforte di Carlo Alessandro Landini.

La storia, non solo nelle Sonate pianistiche, ma nell’intera produzione della musica di Landini, viene attualizzata, assumendo una funzione spaziale, non un nostalgico sguardo all’indietro o un improbabile revival, ma attraverso l’allargamento dello spazio culturale si allarga anche la nostra coscienza di ciò ch’è, oggi, l’arte. Gli stilemi del passato devono essere visti come una sorta di topoi, tutti spazialmente prossimi: il tempo della topologia è quello del coordinamento, non della successione, la storia si fa così geografia di gesti, come avviene anche nella musica di Landini, dove gli stilemi della musica del passato diventano gesti sonori personalizzati che producono un gioco di immagini e un caleidoscopio di colori. E’ esemplare l’imponente ciclo delle Sonate pianistiche, dall’eloquio fluente che tocca mille aspetti che possono aprirsi a ventaglio in relazioni culturali infinite fra zone geografico-culturali anche lontane fra loro nel tempo e nello spazio fisico, ma vicini nel magico tempo/spazio dell’arte. La Incardona, dopo aver svolto una prima parte introduttiva a carattere estetico/poetico (i tre paragrafi Tra ragione e sentimento; Musica e ideologie; Un compromesso sull’idea del tempo), svolge un’approfondita lettura delle prime tre Sonate, una a una, con molti, utili e appropriati, riferimenti allo spartito.

Il tempo puro della musica oltrepassa il tempo reale, è sacro perché è tempo assoluto, perché alla musica nulla di ciò che è mondo e attualità del mondo può corrispondere, la musica, ch’è la più impalpabile delle arti dimora nelle prossimità del misticismo, ma misticismo ha parentela con "mistero" (dalla parola greca "mystes"), quindi potremmo dire - con Umberto Galimberti - che la musica ci porta nelle prossimità di quel mistero che ciascuno di noi è per se stesso, mistero che nessuna parola raggiunge perché la profondità del nostro intimo è linguisticamente impraticabile. La musica ci porta a casa, nella prossimità di noi con noi stessi, non serve a molto ragionare intorno a questa verità perché è irriducibile al linguaggio, possiamo solo evocarla. Nella musica di Landini è presente una venatura di misticismo renano che, a un tempo, la radica nell’interiorità dell’uomo e la spinge verso una sorta di misticismo.

Come possiamo comprendere tutto ciò? Forse intendendo la "comprensione" in maniera diversa. Nella nostra cultura il termine "comprensione" ha sempre avuto un riferimento alla mente, mai si è riferito a un orizzonte di affetti e di sentimenti. Disponiamo di molte storie delle idee, ma non, per esempio, di una storia dei sentimenti: il sentimento del destino, del divino, della solidarietà ecc. Per Valéry quelle del cuore "non sono ragioni, ma forze", sarebbe interessante riportare l’estetica alle sue origini che rinviano al sensibile e all’affettivo (aisthesis = sensazione), non per ripresentare un romanticismo en rose, ma per restituire alle emozioni un senso conoscitivo che va al di là della sfera privata. Ci si riallaccia così al tema della meraviglia e dell’incanto, dello stupore che la vera opera d’arte dovrebbe sempre provocare. L’opera ci prende e instaura con noi un particolare religamen. Come per la filosofia della religione, anche nell’estetica occorre tradurre "logos" con rapporto, affermando il principio dell’esserci, dell’ essere con, un rapporto etico con l’altro, una sorta di epifania dell’opera svelata. In Landini l’opera viene svelata come ricerca interiore, dove il grande rispetto per il linguaggio ammicca a un percorso del tutto spirituale. Un percorso che è ricco di considerazioni, infatti, recentemente, Landini è stato nominato Fellow dell’Italian Academy for Advanced Studies in America at Columbia e invitato a tenere un ciclo di lezioni sia alla Columbia University di New York, sia alla University of Maryland di Baltimore. Riconoscimenti meritatissimi.

Oggi i linguaggi della democrazia mettono in atto un sistema di sradicamento, in quanto i suoi comportamenti presuppongono un’assenza di sede, di dimora, per realizzare un’ethos del pellegrinaggio, un pellegrinaggio che, alla fine, come dice Novalis, ci riconduce sempre a casa. Questa etica deve sostanziare la nuova estetica. Nei momenti di trapasso l’arte gode del vantaggio di una maggiore libertà, quindi la musica può suggerire alcune proposte. L’artista diventa un vero viandante, colui che abita il mondo errando, andando e sbagliando, imparando sbagliando, un viaggio esperiente che più si apre al mondo e più in sé si racchiude, metabolizzando il viaggio esterno in conoscenza e la conoscenza in accoglienza. "E’ un vagabondaggio che si compie, inesorabile, sulle orme che lo ricondurranno, presto o tardi al punto di partenza", scrive Landini, il quale ama citare anche Radoliffe-Brown il quale dice che dietro alle diversità, si possono discernere, anche in campo musicale, dei principi generali. Metabolizzare il viaggio nell’Aperto del Mondo rafforzando, contemporaneamente, la Terra, le radici (ovvero, nel linguaggio di Landini, il Centro, la spiritualità dell’uomo che deve rimanere centrale durante il vagabondaggio).

Il vagabondaggio esistenziale nel mare magnum dell’eterogeneità contemporanea comporta la difficoltà di non lasciarsi imbrigliare dalla superficie dei fatti e delle cose, non deve voler dire né mondanità e amore per l’attualità, né crisi e perdita di energie proprie, tutt’altro dev’essere proprio nel continuo rapportarsi a forme e forze disparate che il vagabondare prende la consistenza di una crescita interiore. Nell’epoca della globalizzazione è naturale che si presentino spinte contrarie che tendono a conservare le identità culturali proprie delle singole collettività, ma la conservazione non può significare museificazione e tesaurizzazione del passato, dev’essere una conservazione attiva, ossia in grado di mettere in opera una dialettica fra passato e futuro, fra collettività e mondo. L’identità culturale infatti si precisa e perfino si rafforza nel confronto. Ogni cultura è come un albero, le radici sono tanto profonde quanto la pianta va verso l’esterno. La produzione di Landini è un buon esempio di dialettica fra tradizione e contemporaneità, nella quale i due termini sono complementari e si esaltano a vicenda, creando un unicum concreto che, al tempo stesso, ha radici che stanno ben piantate in terra e si alza verso il cielo. L’incisione della Terza Sonata da parte di Massimiliano Damerini (edizione Edipan di Roma), come i due CD, quello di Levi Minzi sulla Quarta Sonata e quello antologico (che comprende un bello spaccato della produzione di Landini), entrambi pubblicati da Rugginenti di Milano, sono davvero assai indicativi.

La musica ha sempre (avuto) innumerevoli contatti con l’epoca storica in cui vive, ma in questa situazione di inquietanti cambiamenti, può assumersi la responsabilità di un gesto di pace. La pace = pactum è un medio, un ponte che connette gli op-posti, che collega l’uno all’altro, l’una cultura all’altra, proponendo un ethos della solidarietà. "Ethos" significa il soggiornare, la duratura forma della dimora, indica non la spartizione della terra, ma l’abitarla. Perché l’arte in tempi di guerra? si chiederà il cattolico Landini: il bisogno di arte è forte proprio come contraltare ai tempi di miseria.

Uscire dall’epoca delle tragedie e dell’egoismo è diventata un’esigenza primaria. Si fa impellente il bisogno di vagliare con nuove modalità i presupposti critici usati dalla cultura novecentesca, il che significa lasciarsi alle spalle il nichilismo e gli alienati rapporti dell’arte con la vita, abbandonare il pensiero negativo, ma anche quello forte dell’astrazione linguistica, sperando che gli artisti scendano davvero dalle torri d’avorio (dei festival mondani, dei cataloghi Bolaffi, dei circoli accademici…) per calarsi, con umiltà, in un costruttivo rapporto con la gente. "Quella dell’artista è un’umiltà vera" – c’insegna Landini – "in lui la prudenza acquista anzitutto il tratto dell’autocoscienza."

Nella società massificata v’è un’ipertrofia della pienezza, occorre allora allargare il pieno, il troppo, creare zone di respiro, di silenzio, di sospensione, di diminuzione, di meditazione, di eremitaggio del pensiero (come aveva già intuito Anton Webern nei suoi romanzi in un sol gesto). "La sublime virtù della prudenza" ci dice Landini.

Il Novecento è stato il secolo della vitalità agonica e della creazione solitaria – come ci ricorda anche Mario Luzi - occorre uscire definitivamente dal Novecento non solo cronologicamente com’è avvenuto, ma soprattutto culturalmente, abbandonando l’(im)morale egoistica che ha (mal)governato il secolo, l’impegno che occorre non è quello populistico e ideologico, l’arte deve farsi testimonianza di esperienze profondamente vissute. L’abbandono delle prassi egoistiche non significa un ulteriore disimpegno, anzi significa assumersi massime responsabilità. Landini è uno dei pochi musicisti che sa assumersi le proprie responsabilità, una dimostrazione della sua costante riflessione etica è la partecipazione al Manifesto musica 1994, di cui il citato testo Il centro e il funambolo fa parte (poi in Notaeum, Milano 1999).

La musica dovrebbe farsi viatico intellegibile di comunicazione fra gli uomini, non nell’ingenuo senso romantico che vede la musica come l’arte universale, ma in quello di dar corpo a una forma plastica che accolga in sé, come forma mentis ancor prima che tecnicamente, il senso della molteplicità, il rispetto dell’elemento altro, la con-vivenza con i bisogni di tutti. "L’esigenza di un confronto spassionato" - sottolinea Landini – "la certezza del pluralismo come valore", sono questi aspetti sui quali la musica deve riflettere, pena la sua ulteriore perdita di valore e d’incidenza sociale. La con-vivenza abbisogna di una sorta di lingua comune che faccia chiarezza e piazza pulita delle oscurità e dei frantendimenti, è per questo che Landini si auspica che sia possibile ripristinare la smarrita koiné.

La solidarietà è un valore sempre vivo, questo aspetto riguarda tutti quindi anche i musicisti, infatti uno dei problemi che la musica ha dovuto affrontare in questo secolo è quello che anche il musicista, come uomo e come tecnico, ha vissuto nell’(in)cultura dell’egoismo, vendendo l’opera, a volte anche suo malgrado, come prodotto e utilizzandola spesso a scopi commerciali o di vanità. Uno degli aspetti tecnici che possono essere considerati, come si nota bene nella produzione di Landini, è quello di rimanere lontano dalle mode e dai commerci ricorrendo a un controllo rigoroso del linguaggio e coltivando un saldo senso della forma, mettendo in opera una disciplina che nasce dalle esigenze interiori del vissuto, un rigore che sa però piegarsi alla comunicazione. La matrice strutturalistica (presente soprattutto nelle opere degli anni Ottanta, come la serie dei brani che compongono i Funf Klavierstuke) viene in Landini finemente decantata e resa immediatamente espressiva grazie a un ordito che respira: si ascoltino le scintillanti particelle che compongono il tappeto sonoro della bellissima Musica da camera, un continuum che simboleggia il flusso della coscienza. C’è dunque, proprio dentro la struttura, un’umana tensione psicologica che rende il rigoroso ordito un flusso di figure musicali che nascono dall’interiorità del loro Autore (il Centro appunto) e all’interiorità dell’ascoltatore vogliono appellarsi (un buon esempio è Intermezzo per tre flauti). Della produzione di Landini, la Incardona ne riporta l’intero Catalogo, la Discografia e la Bibliografia, oltre a brevi cenni biografici e all’elenco degli scritti dello stesso Landini.

Il pensiero artistico è un filosofare oltre, è conoscenza ulteriore che non va intesa in senso idealistico, ma simbolico in quanto l’arte è un segno speciale che rinvia a una pluralità di dimensioni, creando un unicum arte/mondo del tutto particolare. "Il sapere" – mi scrive Landini – "che la musica esprime nessun’altra parola può e potrà mai dire. Essa è, con Wackenroder, la lingua degli angeli. In questo senso, ed in questo solo, io mi azzardo a parlare di un Centro. Esso è soprattutto in noi, nel baricentro, nello hara od umbilicum hominis."

Il tema della ricerca non viene certo meno, ma dev’essere affrontato in un modo che anche l’ascoltatore lo possa percepire e lo percepisca come necessità interiore. Ricerca in arte vuol dire una cosa assai semplice, muoversi all’interno di se stessi in piena libertà, con assoluta indipendenza da qualsivoglia condizionamento. Vuol dire anche non sapere di fare ricerca, perché altrimenti si perderebbe l’autenticità e la naturalezza dell’atto e chi ascolta non percepirebbe la scorrevolezza della sincerità, ma la durezza dell’artificio. "Disciplina non già artificiosa" – ribadisce giustamente Landini – "bensì naturalissima", come quella dell’amato J. S. Bach. L’opera nasce da un suo DNA, "il necessario pròteron o antecedente materiale di tutto quel che segue, il germe, la composizione in nuce" (come dice Landini) e quindi, come una pianta, si autogenera. Tecnicamente il punto di partenza è spesso la sesta eccedente (come nella Seconda e Terza Sonata), una matrice che riassume la scala esatonale, cara a Landini per la sua dolcezza e sospensione, matrice armonica che può rappresentare musicalmente il concetto di Centro: si ascolti lo straordinario quartetto d’archi Changes. Così Landini si fa giardiniere, colui che semina e controlla, e l’opera è la sua pianta, con la sua vita.

"Landini parte dal presupposto che esista un principio (l’archè di Talete) originario" – scrive la Incardona – "un tonus generatore (una singola nota), un intervallo o un accordo, il tutto sviluppato e che alla fine ritorna alla materia originaria /…/ attraverso un allargamento progressivo degli intervalli, tecnica che Beethoven per primo utilizza nei Quartetti per archi, il compositore giunge a una molteplicità di elementi, alla base dei quali si ritrova sempre il principio gneratore" (pp. 159-160).

Non è certo (più) l’epoca dei musicisti da lavagna (come diceva Cocteau) e dei messaggi nella bottiglia, dobbiamo sostituire l’idealistica metafora adorniana con una quotidiana operatività che, grazie a una segnaletica forte ed esplicita (che non vuol dire accondiscendente ai gusti del pubblico), sappia farsi viatico di collegamento fra opera e mondo. La stessa deprecabile situazione, anche se rovesciata, del musicista che si mura nel proprio studio, si presenta per colui il quale corre dietro alle mode, fra gli svaghi salottieri e le frivolezze del foyer. "I neo-romantici larmoyantes" come li chiama Landini, e "l’intolleranza" degli strutturalisti altro non sono che "egoismi e piccinerie faziose /…/ dell’artista schierato nella difesa a oltranza del prodotto cristallizzato del proprio pensiero." La globalizzazione inventa segnali e mezzi, ma è della qualità che abbiamo bisogno e non di una vorticosa quantità di cose e informazioni, e di una qualità umana non di quella tecnica. La qualità dell’opera d’arte deve aiutarci a capire noi stessi, il nostro esserci nel mondo, dev’essere al servizio della vita, aiutando gli uomini ad approdare a una vera ecologia interiore.

L’enigmatica profezia di Myskin-Dostoevskij che "il mondo sarà salvato dalla bellezza" si avvererà solo se l’arte, ch’è il bello prodotto dall’uomo, saprà collegarsi alla natura, all’incanto della sua innocenza, ch’è il bello dove noi abitiamo. Si avvererà se l’arte non sarà più un prodotto nell’epoca dell’egoismo, del dio denaro, ma il risultato di una forma ben fatta che nasce da un’urgenza interiore, per educare, ragionare e commuovere, sotto il segno della diversità che unisce gli uomini di tutto il mondo. Il villaggio globale sarà felice se ogni cultura sarà la nostra, all’arte l’alto compito di prospettarci, col suo linguaggio fantastico, l’utopia della pace. Se l’arte rimarrà ingarbugliata nei meandri del potere, l’utopia sarà amara illusione, ma se saprà essere un servizio per l’uomo di ogni colore, allora potrà offrire un indispensabile contributo alla realizzazione di una società mondiale rappacificata.

Renzo Cresti

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