S. LOMBARDI VALLAURI,

Dodecafonia postseriale. Gilberto Cappelli e Federico Incardona,

Mimesis,
2013
pp.263

Il problema della ricezione della musica nuova coinvolge anche la musicologia e gli studi storico-musicali che sembrano in ritardo di vent’anni rispetto ai cammini della musica. Il volume Dodecafonia postseriale. Gilberto Cappelli e Federico Incardona di Stefano Lombardi Vallauri sembra voler colmare proprio questo iato. I due compositori appartengono alla generazione posteriore a quella di Darmstadt, essendo entrambi nati negli anni ’50, cioè proprio nel periodo in cui il serialismo integrale e la scomparsa del soggetto dall’opera musicale sembravano le uniche risposte agli orrori della seconda guerra mondiale. Pienamente consapevoli di questa stagione, e soprattutto eredi della rivoluzione della Seconda Scuola di Vienna, Cappelli e Incardona seguono un cammino diverso, in cui soggetto ed espressione vengono rimessi al centro dell’atto compositivo.

Nel tracciare questo percorso Lombardi Vallauri assume come modello il paradigma adorniano: le critiche che il filosofo tedesco muove alla dodecafonia "classica" divengono punti di partenza della ricerca che mira a dimostrare come essi siano stati superati dall’esperienza "postseriale". Proprio questo termine è la prima chiave importante per comprendere la produzione di Cappelli e Incardona: può apparire infatti contradditorio riferire questo aggettivo al sostantivo "dodecafonia", tecnica che, come è noto, si basa su una "serie" che comprende le dodici altezze. La preoccupazione principale dei due compositori, che si cela dietro l’uso di questo termine, è il desiderio di sottrarre la serie a qualsiasi trattamento meccanico, al fine di lasciare al soggetto la massima possibilità espressiva. Senza negare quanto è accaduto nel secondo dopoguerra, Cappelli e Incardona sembrano voler iniziare la loro strada là dove Schönberg, Berg e Webern l’avevano lasciata, o forse ancora prima, nel punto del delicato passaggio tra quella che per comodità viene definita "libera atonalità" e l’introduzione del sistema dodecafonico. Notiamo qui una prima differenza, forse inconsapevole, tra il pensiero di Adorno e il discorso di Lombardi Vallauri, che giustamente non sembra vedere la musica occidentale come un unico, inesorabile percorso lineare, ma che può contemplare diverse risposte a un medesimo problema storico-compositivo, da cui si possono dipanare differenti strade del pensiero musicale. Dalle argomentazioni del volume si deduce che sono dunque due i punti in cui i compositori postseriali si innestano nella storia della musica: il passaggio tra "atonalità" e dodecafonia e la nascita del serialismo integrale. Della stagione di Erwartung e Pierrot Lunaire Cappelli e Incardona recuperano la libertà che essi applicano al trattamento della serie non più vincolata all’utilizzo delle quattro forme della dodecafonia classica (originale, retrogrado, inversione e retrogrado dell’inversione) e delle loro trasposizioni. In tal modo la serie diviene una base e una garanzia storica che viene però svincolata da ogni meccanicismo atto a recidere la libera espressione soggettiva. Di qui nasce la netta presa di distanza, al contempo poetica e tecnica, da Darmstadt di cui i due compositori rifiutano la ricerca di oggettività ritenendo che proprio il suo opposto possa costituire la risposta più adeguata alle domande storiche e musicali del Novecento. Questa esigenza si coniuga col già menzionato intento primario di evitare ogni procedimento meccanico nell’atto del comporre da cui deriva un ritorno al primato delle altezze sugli altri parametri che nelle opere di Cappelli e Incardona non sono serializzati come avveniva negli anni ’50. La via scelta dai due autori per usare la serie a fini soggettivi è quella di porre l’accento sugli intervalli in quanto elementi portatori di significati storici ed espressivi. In questo modo le composizioni riacquistano quella tensione vettoriale in grado di ridare alla musica il suo potere comunicativo: se infatti parlare di "altezze", "intervalli" e "vettorialità" può apparire inadeguato per le istanze della musica contemporanea, proprio la reinterpretazione di questi concetti alla luce dell’esperienza dodecafonica ha consentito a Cappelli e Incardona di tracciare un possibile cammino nella produzione musicale del nostro tempo.

Se queste sono le linee generali della dodecafonia postseriale¸ Lombardi Vallauri parla delle diversità tra i due compositori, soprattutto in termini di scrittura, più accordale in Cappelli più polifonica in Incardona. Si tratta tuttavia di differenze che rimangono enunciazioni astratte: è questo uno dei limiti di questa ricerca, nata come tesi di dottorato in "Storia e critica dei beni musicali". La sua ottima impostazione storica e filosofica non è supportata da quasi nessuna esemplificazione: la pagine musicali riportate in appendice non vengono sufficientemente spiegate nel testo. È questo un problema di molta riflessione musicologica che non sembra in grado di trovare un equilibrio tra la sterilità dell’analisi e dissertazioni teoriche prive di ogni riferimento concreto. In questo caso la ricerca mira principalmente a inserire l’opera di Cappelli e Incardona all’interno di un preciso contesto storico-musicale, cercando di spiegare anche gli aspetti tecnico-compositivi attraverso un quadro di riferimento più ampio. La mancanza di analisi e di esemplificazioni è in parte giustifica dalla volontà di dare al lavoro un taglio prima di tutto storico che tuttavia risulta parziale nel momento in cui Lombardi Vallauri fa solo brevi riferimenti alla grande influenza che altri compositori hanno avuto su Cappelli e Incardona (si pensi solo a Luigi Nono, a Salvatore Sciarrino, a Giacomo Manzoni). A questo proposito abbiamo avuto recentemente la fortuna di ascoltare A te grido per coro e chitarra di Cappelli dove abbiamo riconosciuto l’amore e il debito per l’eredità noniana percepibile soprattutto nella scrittura corale e nell’uso delle dinamiche.

Come sottolinea lo stesso autore, questo lavoro offre alle riflessioni storico-musicali la possibilità di aprire nuove strade di ricerca sul proprio tempo e non a riferirsi solo al passato sia pur recente. E, se in questi anni sono fioriti numerosi studi su Federico Incardona, ci auguriamo che proprio da questo libro possa scaturire un esame approfondito dell’opera di Gilberto Cappelli.

Stefania Navacchia

Associazione culturale Orfeo nella rete
http://www.orfeonellarete.it/
info@orfeonellarete.it
Designed by www.soluzioniweb-bologna.it