
Carmelo Bene: del musicale
"Tutto il teatro comincia nell’addio"
Nel sorriso del tragico travestito in musica.
Perché c’è solo la musica. Questo è l’assunto
che ci lascia Carmelo Bene - eredità fin da ora non capitalizzabile,
monumento senza effigie, sarcofago senza spoglia, epicedio senza
voce -. Sembra poco e anzi: lo è.
Non c’è teatro se non nell’addio.
Non c’è musica se non nell’addio, come chiosava amaro Adorno
pensando a Berg... Insomma allora addio al teatro, addio alla
musica. Addio a Carmelo Bene... da che ogni scena è scena
funebre, culla simulacrale in pozza blu della rappresentazione
che non c’è, non c’è mai stata.
Carmelo Bene è morto. Vale per dire
che non bisogna per forza defungere per meritarsi un funerale...
sembra di sentirlo intonare: "LA MORT (leggi la mor
= l’amor alla francese)... Ma la morte è la vita,
anzi prenatale, quando noi s’è feto noi siam già
fetenti, nel senso che noi abbiamo già questo olezzo di
morte, e questa nascita non è una vera nascita; è
già la morte che è incominciata... La vita è
un coma, nevvero? Un coma che inizia nelle acque maternali e poi
s’arriva alla morte della morte. Perché è la morte
che muore, noi non si muore, noi non si muore più... La
morte non esiste, è impensabile, non si pone; è
chiaro che ci sono delle agonie, ma tutta la vita è un’agonia
e poi con tutte le malattie dolorose, questi fastidi che sono
appunto fastidiosi. La morte è lei che muore. Come sincera
Lorca al torero morto ‘Tu es muerto para siempre’, cioè
per sempre è importante. Non quest’anticamera della morte.
‘Che muoia la morte’, così urla il Tamerlano, il great,
lo zoppo, il Timur della superba pièce di Christopher
Marlowe... "
Ecco dunque che la musica morente è
dapprima il parlare di musica oggi, anzi il ‘parlare’. Oggi come
ieri, dopo la scomparsa di Carmelo Bene, parlare è orrendamente
difficile. È impossibile sproloquiare del modo di
un’arte che è puro radicale alieno, in colloquio coi millennî
e con le forme; non con i siparietti delle circostanze
maldestre e ossequiose della nostra piccola parrocchia culturale,
fogna mestierante di burocrati, di direttori artistici, di organizzatori-banchieri,
in che si bagna la fronte d’un’estrema unzione ogni teatro e ogni
musica praticabile.
Carmelo non era un musicista a rigore, non
era neanche un attore e non era un artista. Non era e basta. Per
chi è consapevole della invisibile parodia, celata in filigrana
dietro il rito antropologico di una vita, di un’idea di teatro,
di una mossa azzardata di pensiero a spossessare il divenire delle
mode, degli ‘ismi’, per incastonarsi in una segreta calotta di
segni che dialogano tra di loro. Una comunità silente di
affinità elettive, sempre più lontana e a latere,
comunità dell’ascolto di chi ‘non c’è’, di
chi ‘è altrove’, pacificato in conversari intimi.
Chi conosce questi guasti dell’attenzione discorre
con un linguaggio perfettamente normale eppure assolutamente incomprensibile,
nella ‘lingua straniera di casa’ di Proust, in un dialogo privato
in mezzo alla piazza principale.
Parlare di musica oggi è questo ‘sussurrarsi
all’orecchio’ dell’Epitteto in mezzo al querulo cicalare altissimo
della piazza mercantile. Dire di Carmelo Bene è
ormai come dire di Shakespeare o di Debussy o di Bacon: un sibilìo
nel vacuo, un appello che si perde e scema. Dire di Carmelo Bene
in morte come in vita è un tacer-si, un porgersi
le parole monche e troncate, nella pena e nella gioia di un’estinzione
dal discorso che non ha luogo e non ha tempo.
La musica e il teatro finiscono. Questo è
un fatto. Nelle fauci di mercati assiepati ad ogni angolo
di quotidiano e di ottundimenti perenni, non c’è più
posto per l’arte e men che meno per i ‘capolavori’. E oggi questa
fine si è accelerata di molto. È un fatto. Come
peraltro è accademia, almeno dai greci in poi, che l’arte
sia "... il resto di che mai fu, sia essa prosa, musica,
immagine, architettura che nella sua consistenza ingombrante strazia
l'aria, siccome svenuta sui gradini di una chiesa magari del Borromini..."
In ogni caso il corteo di un ‘s’ignora’ ha
steso il suo sudario su ciò che è ‘imparlabile’.
Compresi i coccodrilli e le rivendicazioni, gli sdoganamenti e
i fasti storico-filologici pronti a scatenarsi nel processo di
beatificazione al calendario dei santini nazionali, a cui si assisterà
ben presto, come è facile vaticinare. Si dirà d’altro,
dunque, facendo finta che Carmelo Bene sia stato a questo mondo
e che abbia fatto musica, tra le altre cose, cioè
che si sia ‘distratto’ fra due colpi di dadi, sempre in
un entre-deux dove si confessa il nostro scambiarci consolazioni,
dando per scontata ogni equivocità e per acquisita l’impopolarità
e l’inattualità della musica, così come dell’arte.
Al minimo potrebbe assomigliare a uno spostamento,
a un’avventura, questa pretesa di ‘dire’ e di ‘spendere’ il nostro
conforto, un po’ come l’Alessandro carmelobeniano, intento a "...
misurare il suo precoce sapere sull’ironia geografica del viaggio
stesso".
Ecco... si va a dissennare: Bene da Otranto
aveva una voce musicale. E questo dovrebbe autorizzare
a blaterare di lui, qui e adesso. Una voce è una
voce e nient’altro. Proprio così. Uno strumento capace
di ‘divertirsi’ (da etimologia: uscir di traiettoria, di sé,
di senno) in armonia, modalità e intervalli, esattamente
come un’orchestra.
Voce è poesia. "... delirio,
suono, risuonare del dire oltre il concetto, è intervallo
musicale d’altezza in che si dice la delusione di quell’altro
intervallo (distanza) tra il pensiero e il suo riporto sulla pagina".
E tra la gigantesca mole del suono tecnologico,
bivaccante nelle radure dei vuoti, quella voce si andava
da sempre sbriciolando dietro la mareggiata dello spettacolo,
come solo un’altra voce è stata forse capace di fare nel
secolo, addensata dello stesso dolore ‘antico’: il canto scuro
della Callas. Quella voce ha attraversato la musica e la storia
e vi si è infranta, come l’Adelchi che trova sui fondali
dell’Opera romantica il cimitero della storia e del poema epico,
sgusciato in costumi di tragedia. Questo e non altro è
il divenire teatrico di quelle anime che, intransigenti,
dialogano con la grandezza nel ‘cantar l’ascolto’, appartenendo
già ai gesti impossibili di questa vita, in cui non c’è
mai un’azione che possa realizzare il suo scopo, se non
si smarrisce nell’atto. La voce si sporge così fuori
dal teatro, dalla musica, dalla scrittura, fino alla poetica dell’ascolto
- vera rivoluzione filosofica -, in una zona dove non ‘si dice’
ma ‘si è detti’.
In effetti non si può suonare
musica, si può solamente stare in ascolto: "Intendo
il teatro come il luogo dell’esser ‘detto’ nel piano dell’ascolto.
Così come la scena è il luogo del ‘levar di scena’
e la platea il luogo dell’esser ‘spiato’".
Se la finzione è fin dall’inizio
un chiudere la partita con il sé, con l’io e l’identità,
in che stride la ‘ripetizione dello spettacolo’, la phoné
assiepa intorno alla sua stessa risonanza la poca arte possibile,
intermittente e ‘insignificante’ in una differenza. Insomma
il ‘teatro e il suo doppio’ artaudiano sono appena il punto di
partenza da dove la parola soffiata del lògos
greco tesse la sua trappola: ma la phoné funge da
risvolto all’enfasi anfitrionica dell’essere, istoriata
nel linguaggio. Anticipando la presenza ontologica in un ritardo...
Prima di iniziare a parlare c’è già un soffio
che interdice la voce delegittimandola. Un pronome del
suono... Un impensabile al centro del pensiero.
Si sperimenti dunque l’aldilà dell’avanguardia,
l’aldilà di Artaud, la post-crudeltà per
depensare la fêlure centrale, approdando alle variationen
dei taglî di lingua, a ‘parlare’ i gesti e gli oggetti,
abitando i suoni e lo spazio: "A tremila anni di distanza
ripropongo a teatro il prodigio della phoné. E alle
soglie del duemila sperimento l’assolutamente moderno e quindi
l’assolutamente antico e quindi inedito: il teatro greco amplificato
in maschere e coturni". Quel moderno teatro-lampadario di
Baudelaire, inficiato in mascheroni giganteschi, oltre la filastrocca
del causa-effetto storico-cadaverica.
Che poi i flirts, la pochade,
la prostituzione dell’arte e del miracolo siano all’ordine del
giorno è faccenda comune per chi ha a che fare con la teologia.
Gli sberleffi e il dandysmo non hanno niente di sregolato, sono
il minimo lusso che si può concedere al santo stilita ficcato
a capofitto dentro la materia, dentro la religione ritmica.
Una facezia di eccentricità che mura in un ritiro chi sa
di ‘dover mancare per esser-ci’.
Esteta è lo straniero, sdilinquito
in un deserto di boccascena, in un Idéal baudelariano,
accompagnato dall’Angelo di Rilke o dall’azur mallarmeano
o dalla testa di Medusa di Celan, sopportando se stesso umano
(troppo umano) solo se oggettivato. Un capolavoro non sa
che farsene dell’arte, dunque non può che ‘attuare’ un
costume raro. Sapendo che il suo atto come vera ricerca
incontrerà l’effimero, cioè lo scacco, il fallimento,
sempre. - Se è così perverso è così
puro - e tenta la bellezza in ciò che è oltre.
... così: scialo del teatro, della
musica a teatro, del teatro in musica, della musica teatrale...
sovrimpressione, dissolvenza, mutamento, divenire delle forme
che - in ogni caso - non è storico.
Ecco dunque di seguito e senza soluzione lo squartamento
del linguaggio e del senso nella di-riscrittura scenica, la disarticolazione
del discorso succubo del significante, il togliere di scena, l’infinità
dei doppî, la sartoria e scenotecnica-linguaggio, il rinnovamento
del poema sinfonico, la lettura attoriale come non-ricordo del
morto pre-scritto, il superamento di Artaud, la sospensione del
tragico, il cinema come immagine acustica, la strumentazione fonica
amplificata, la macchina attoriale...
Punteggiare, strappare la ‘carta’ del teatro
con la carne, con la ginnastica, con il sacrificio, con una catottrica
di geroglifici corporei, musicali e coreografici, in una macerazione
cilicea (la stessa di Huysmans, di Sade alla Bastiglia, di Goya
alla quinta del sordo...) loyoliana, quasi militare, laddove
Artaud si era fermato. La lettura-scrittura di scena si dilata
ad ogni prassi di parola e di vita... Così la strumentazione
fonica amplificata di Carmelo Bene si arricchisce nel tempo di
varie tappe, in un programma puntuale, serissimo e laboriosissimo:
si passa dalla ‘verticalità del verso’ delle letture dantesche,
leopardiane, campaniane, agli ‘accenti interni del poema’ in Majakovskij,
nel Manfred e nell’Egmont sinfonici, al ‘canto fermo’
(firmus) del gregoriano e del lied, al parlato d’opera,
all’intenzione musicale, alla dinamica e alle s-modulazioni di
frequenza, all’ampiezza del ventaglio timbrico delle suite amletiche,
dell’Otello, alle variazioni tonali del S.A.D.E.,
al puppen-staccato del Pinocchio, all’emissione
(petto-maschera-testa-palato-denti-nuca; e non solo naso, come
tutti ingiuriano), "sempre ‘stretta’ nel diagramma monotòno
della fascia armonica e del basso continuo mai disinserito",
tale da far nevicare in grumi esplosivi l’alone del suono,
del Macbeth... La macchina attoriale è la voce
che attraverso la strumentazione fonica amplificata ‘si atomizza
nella risonanza (‘voce-ascolto’). E la risonanza
arriva sempre prima del suono (‘voce udita’): la voce non è
il dire, è l’ascolto stesso... un fiato in
ispirazione o un fiato trattenuto, un tratteggio vocalico a scriteriare
la frastica del logos.
L’infortunio sintattico è perentoriamente
completo, nelle spire di una melologia ben oltre lo sprechgesang
o lo sprechstimme.
La musica è per Carmelo come un’anestesia,
un torpore che spalanca la sensazione, la narcosi di un pharmakon
platonico, che separa finalmente dal senso. Musica sono d’un tratto
le ‘guerre’ foniche, filanti, del Tamerlano di Marlowe,
dove le frasi sono "... fatte a pezzi, sanguinanti fonemi,
deliranti agonie a squarciagola". Nel bagliore corrusco,
nelle ‘fotografie astrali’ del blank verse anglosassone,
con il suo claudicare giambico, al di qua della metafora stessa.
L’arsi e la tesi boicottano infatti il senso dello scritto e digrignano
il versante dell’ascolto come retorica del dire e della
rappresentazione:... Artaud, Nono, Hölderlin... Oppure ne
Il Rosa e il nero da Lewis, evocato dalle partiture di
silenzî di Bussotti (eterne le liti e le condivisioni tra
Sylvano e Carmelo), in cui la messinscena avvampa d’usura barocca:
"Teatralmente è musica, testualmente è tradimento
fedele, di ‘orientale’ è la Cina esculsa". O ancora
nell’elettronica salivata, intercettata sui denti, sulle cavità
di palatali o di labiali, ruttata, borborigmata dell’afasia del
Macbeth.
Deleuze dirà di questa voce, di questa
musica di scena: "È già sprigionare dei divenire
contro la storia, delle vite contro la cultura, dei pensieri contro
la dottrina, delle grazie e delle disgrazie contro il dogma".
Distrazione, miraggî, strazî
solitarî ripopolati di fantasmi... Carmelo si perde nello
scrupolo assoluto, algido, terribile, della scrittura di scena.
Suffragato dalla non-volontà di Schopenhauer, da un auto-digerimento
di Nietzsche, una volta licenziato tutto il teatro della ‘cornice’,
della ’quadratura’ borghese, una volta toltasi perfino la maschera
per mostrare un masque ben più sacrale e incontemplabile:
la faccia stessa. La Moira dello specchio, oltre il principium
individuationis, oltre il velo di Mâya.
L’attore è busto e nient’altro.
Fregoliana è la sua goffaggine, l’inciampo, la botola tra
regine-soubrette, tra bambine assassine carrolliane, tra Pentesilee
cinte di bustier acustici o Salomé mulatte ma selenitiche,
tra i palchi ammonticchiati di fiori, tra guscî ossei percussivi,
tra maglie di ferro e discariche di storia dell’arte. L’attore
è monitor, visiera.
Rotaie acustiche incidono il palinsesto del
racconto e lo disseminano in croste musive; la voce è la
visiera dell’elmo achillico, il visus segnato dalla
mancanza, come l’ingiuria inascoltabile dell’umano - si può
esser solo mostri guerrieri o burattini di legno, tronchi neuro-vegetativi,
anime-come-fil-di-ferro -. Si può solo essere contro il
regista come contro il direttore d’orchestra, nûs
anassagoriani che guidano la storia occidentale ontologica in
vece di chierici-reggitori, per la messa (in scena) del solito
"presepe nostrano" o della solita sincronia-partitura
didascalico-dialettica.
... Abissi, regie incenerite del suono, intervalli
scavati, rubati, sordine ammutolite, scale e volatine furiose,
glissati... saranno questi gli effetti ottici della phoné
nei décor del Pinocchio, di Otello, dell’Achille,
di Mercuzio, di Gloucester, di Amleto, svariando dai substrati
favolistici ai Globe elisabettiani, fino alle mascherine
da intermezzo settecentesco... o nelle inquadrature cinematografiche
del Don Giovanni (circa 4000) o della Salomé
(4500). Una specie di privilegio della dannazione, nei panni byroniani
a palazzo Moncenigo: esser cioè minati dalla grazia del
vaniloquio... Anche il cinema come la musica di Bene è
un’appendice di trapianti, di traslochi metonimici. L’immagine
si fa ascolto e l’ascolto immagine. Con il cinema ci si trova
di fronte alla ‘macchina attoriale’ in movimento. Visivi sono
i silenzî musicali della voce, e basta.
Corpo, cinepresa e montaggio non sono che
strumenti del ritmo, della musicalità dell’immagine. Al
pari di Ejzenstejn che usava gli obiettivi come strumenti in un’orchestrazione.
Il suono bofonchia ovunque vuoti e cesure,
bautte musiche dell’altro parlante lungo la sospensione
del tragico che è il depensamento... Anche della musica,
anche del cinema, anche del teatro... Se si raccatta qualcosa
è dagli spasmi minerali, dai detriti di tableaux vivants
di Tiziano, dai nudi botticelliani delle attrici, di Lydia; in
fondo alla spazzatura di citazioni ‘basse’, fescenniniche che
depurano dalla contaminazione, dal mélange des
genres, anziché aggiungere.
... venuti al mondo orfani dall’aver affrontato
l’altro artaudiano, che ruba l’io e ci espropria: "Mi
fu privata anche la voce, la mia bella voce calda forgiata
nel tempo... mi era appena concesso in odio all’amplificazione
di gridare o di restar muto in ascolto, in attesa di niente",
si può permettersi l’economia dello spreco di Bataille,
l’illusionismo musicale in fate morgane e ‘pose’ di tenore fuori
registro. È il Pinocchio stritolato in una "distrazione
a due voci tra scena e quinta", il Lorenzaccio demussetiano
(dove i piani dell’ascolto si impalmano come in un ricercare
a tre voci), primo avvento delle morbose intuizioni del fuori-tempo,
dell’aiòn, il ‘tempo’ fuori tempo degli Stoici,
il tempo che non lascia eredità o discendenza, che eccede
ogni cronologia, ogni testo, ogni cronica nell’anacronismo.
Tempo dell’oblio, del confondere le tracce. Che
accoglie il divenire di Deleuze come variazione, come differenza.
Come l’aiòn di Giacinto Scelsi. Come il soqquadro
di certi cluster materici... Precedenza o tardività
che eccede, che non appartiene alla cronologia ma al rifiuto dell’originale,
alla musica barbarica dei tirsi bacchici. Ma il dionisiaco e l’orgiastico
in realtà finiscono subito di bullare una geburt der
tragödie aus dem geist der musik, qui frastagliata in
manieri-sagoma barocchi, in baccanali-sabba da camera. "Il
nostro Ejzenstejn da camera", battezzerà Cosulich
a proposito del corto Hermitage... Il suono è appena
l’intimo trucco di un’arte magica, lo ‘spavento’ stellare
di un’eclosione di scena: il suono non proviene da nessuna parte,
è lo spazio compitato a geometrie e volumi di vuoto, è
lo ‘scandalo’della visione, l’immagine che scivola e scompiglia
i sensi.
Gilles Deleuze, Pierre Klossowski, Maurizio
Grande, Jean Paul Manganaro, Piergiorgio Giacché... per
citare solo i più in vista, prendono le difese di
questa ‘sottrazione’. Prendono le difese di Carmelo Bene, il più
grande uomo di teatro del mondo, contro la sordida arroganza papale
della critica provinciale e sciatta, palude in cui si dibatte
il teatrino e la cultura italiana.
La macchina è antropologica, come
vuole Giacché, è cioè una macchinismo che
recupera il cabotinage, l’istrionismo, il gesto della ‘fine
dell’attore’ e della ‘fine dell’uomo’, dell’avvento della macchina
desiderante deleuziana anti-psicologica, anti-edipica, del
corpo senz’organi in prospettiva di un teatro ‘totale’.
Ma un teatro totale può solo essere totale come rottura
del teatro, emorragia dell’avanguardia. Se c’è un’avanguardia
nell’arte è da intendersi semplicemente come cineseria
della ‘scomparsa’: un ‘Amleto di meno’ è digià pornografia
bucata dalla voce, gesto-segmento spezzato, puntillismo
d’azione-musica riscoperta in Schönberg.
Cieli come correnti d’aria, vanitas
d’occhî nella dipartita dalla scena verso la balbuzie, verso
l’amnesia nel prato fiorito delle polifonie, sulla spuma marina
di convulsi madrigali contestati. Nel mezzo sta l’eccesso e il
mezzo non è la media, è il divenire. Non l’origine.
Non l’arrivo, che sono la storia.
La musica di Carmelo Bene sta in mezzo.
Nel tam-tam del canovaccio che percuote e mette alla berlina la
partitura-testo, la rigurgita a frange, la cartografa a rizoma,
ne sbrana la grana con gli ensemble vocali, con
le sinfonie di voci altercanti, nei rimpalli degli imi ipogei
tra voce e eco, negli intervalli modali, nei bassi
ostinati, nel frinire rumoristico. È l’ora del Manfred
di Byron-Schumann a S. Cecilia o alla Scala, in cui il suono
esce di sé e diventa personaggio fino alla curva coloristica
del timbro che si flette nel tempo o dell’Egmont, tutto
contro Goethe e in favore di Beethoven (del quale Goethe avea
rifiutato le musiche di scena), che Deleuze definisce "Una
sfida e una vittoria del modale". Sinfonismo di sala forse
anticipato nelle ataviche lotte con i poemi: la Lectura Dantis
dalla Torre degli Asinelli nella Bologna ‘sognata’ in merli medievali,
"come profferta da ser Boccaccio settecento anni fa",
o nei rimbombi orfici di campana, o in ‘quattro diversi modi di
morire in versi’, dove la voce si fa ascolto e dispare
in estasi mariane o in orgasmi berniniani di sante Terese o di
beate Ludoviche Albertoni. In mezzo sta il canto, l’attonimento
celestiale di una fine della rappresentazione e del campo sgombro
- ormai camposanto - dei proprî doppî moltiplicati...
Von Sacher Masoch, Sade, Nijinskij, Leopardi, Laforgue... Sottoporre
la lingua e tutti gli elementi interni della lingua: fonologici,
sintattici, semantici, gestuali, coreutici, al lavorìo
della variazione continua - già lavorìo barocco
in fughe di soggetti e contro-soggetti -. Non padroneggiare
mai il dominio. Naufragare nella variazione perpetua. Ottenere
il balbettìo incidendo solchi che trascinano il linguaggio
fuori da un sistema di dominanti.
La musica diventerà quindi luce, linea
di variazione: "... aria, terra, sole, colori, luci e suoni",
come dice Deleuze. Scivolamenti degli oggetti/affetti/vestiti/fiori
che ingombrano la scena in Riccardo III e in S.A.D.E....costumi
che cadono, oggetti, mobilio ingombrante.
Lo spazio della prossemica si nega in ostacolo,
il gesto della cinesica si annichilisce in tratto, la visione
è l’oscurità: la luce viene usata o ‘sciupata’ come
musicalità. Al di là del testo, del pensabile,
del senso. Il buio è l’eccedenza della luce come
l’assordamento è l’eccesso del suono. In un caso e nell’altro
si s-dà e si appanna ogni contrappunto: il pathos
artiglia i misteri fonici ed eidetici e li sbarazza in giro. Tutto
è suono: gli oggetti, i corpi, le idiofonìe dell’architettura,
della quinta. Le differenze in musica splendono come differenze
deleuziane, come mere finzioni di David Hume: taglî
di lingua, di trama, di mondi...
Il klossowskiano ‘principe delle modificazioni’,
affogato nell’oblio-partitura della musica, trova la sua nemesi
nel play-back, affacciatasi come disciplina assoluta e
ascetica della ‘sparizione’, non certo come mezzo ‘facile’, accomodante.
Il play-back è un aiòn destinale che
fa circolare un pneuma irrespirabile, al modo stesso che il non-sincrono
tra suoni e immagini nei film aprono epigrafi funerarie, iati
di ostranenie. La voce viene sbrecciata in costolature
di ululati, di barriti, di cinguettìi... Musica che si
fa scarto, malattia: lo stato di grazia come il vizio amletico,
come il molecolare, chimico disgregarsi dell’attore, come un decadentismo
di epici disagî musici: "Che Des Esseintes non
possa dirigere un’orchestra di liquori non è forse più
importante di un’esecuzione riuscita di Von Karajan?"
Lo scandalo, l’inciampo, la provocazione,
l’ostacolo sono il bagaglio pesante e contraddittorio della nascita
del suono, come della nascita del soma: delitto
escrementizio di femmina-regina, Giocasta accampata nell’Edipo
dei nostri dubbî, dei nostri enigmi sul musicale.
E a Edipo, a Des Esseintes, al servo-padrone
del S.A.D.E., fa eco Don Giovanni nell’inferno musicale,
liberato per sempre da Da Ponte, e restituito alla rosea cifra
del femminile come mancanza. Proprio il dongiovannismo
narcisistico sporcato e riscattato in Leporello. Kierkegaard...
L’ascoltarsi anche dell’erotismo, del desiderio che ci
abbandona, del mortificare il presente in corpi-di-femmina o in
note-di-musica. Le note-bambine mozartiane (certo: l’amatissimo
Mozart, contro le cui mise en scène Carmelo si scaglia:
"Non mi riesce di ascoltare Mozart senza il castigo visivo
d’un salotto", come del resto per Verdi: "Il fasto cafone
o la frugalità miliardaria delle messinscena verdiane")
che sono l’idioma con cui parlano gli angeli tra di loro. Emblema
o ninnolo di quanto è arte, valendo per quanto ‘manca’,
per quanto è fuori dall’opera ed è ‘capolavoro’,
è miracolo mariano del vedersi specchiati stecchiti nella
Madonna che si è. "Sono apparso alla Madonna".
E al medesimo modo Carmelo Bene affranca
anche i suoi autori amati, dispensandoli d’esser in opera,
svelando a loro dispetto l’origine non-originale che li precede.
Ne è la voce che anticipa il loro testo,
che ne benedisce il manque à être. Per Bene
il genio di Verdi, già bollato in Credito italiano V.E.R.D.I.,
in tempi non di claque-centenario, quello di Mejercho’ld,
di Cajkovskij, di Beethoven, di Marlowe, di Lautréamont, di Schumann,
di Velazsquez si alternano nella risonaza lirica della
lettura-scrittura di scena, nell’oggettivarsi attoriale in fonemi.
Solo in exitu Carmelo si concede alla
poesia, alla composizione: eccome se affrancando se stesso nell’ultimo
meta-baudelairiano ’l mal de’ fiori! "Prima di questo
'L mal de' fiori non mi ero mai imbattuto in una nostalgia
delle cose che non furono mai in nessuna produzione artistica
(letteratura, poesia, musica)". In esso, del musicale
poetico, para-dannunziano o pompieristico, si conserva improvvisamente
il diffrangersi tipografico... i tritatutto graffitistici di Cummings,
i calligrammes di Apollinaire, la scrittura-pittura di
Ezra Pound, ri-adattati in tracciati scritturali dove la phoné
si è mutata in graphein. Più che un comporre,
che un imbastire un testo, è un ritirarsi, un dekomponieren
di sentenze in caduta.
"Non si può che confermarsi ‘stranieri
nella propria lingua’... Il plurilinguismo (crogiuolo di idioletti,
arcaismi, neologismi di che trabocca il poema) è il contrario
d'una accademia di scuola-interpreti. È ‘nomadismo’: divagazione,
digressione, chiosa, plurivalenza, etc. Il testo intentato è
(deve essere) smentito, travolto dall'atto, cioè de-pensato.
L’oggettivarsi è l’eccedenza del progetto, al modo
che la musica è l’ascolto stesso. Poesia è
l'immediato nella ruminazione orale d'uno scritto già estraneo
a noi dicenti. Scritto in Voce. Voce come ri-animazione
(rigor-mortis) del morto orale che è lo scritto...
Questo ‘L mal de’ fiori è un ventaglio di differenze".
In parallelo a questo nulla in iscritto
va l’ultimo nulla a teatro. Poco più in là
c’è solo il tempo di dissipare anche questa "stagione
di nostra vita meteora", che ci si accorge immediatamente
di quanto solo l’impossibile sia frequentabile, a teatro
come nella vita. È l’avvento della macchina sepolta sotto
la piramide dei microfoni, del play back totale. Quell’ultimo
anticipo del teatrico che per Carmelo Bene è il play-back
in Achille: un funerale dell’avvenire...
Il nothing dittatoriale folgora come un
nume la sua ‘apparizione’: non c’è narratore in questo
spettacolo, non c’è soggetto, non c’è storia. Un’Achilleide,
rivisitata molte volte e in molte occasioni, fa tabula rasa
negli eterniritorni della necrofilia. Non c’è un linguaggio,
non c’è rappresentazione, non c’è un ‘io’... siamo
già all’ultimissimo Invulnerabilità d Achille
(impossibile suite tra Ilio e Sciro), siamo già a Sciro,
l’isola di Licomede, dove la premura materna di Teti ricovera
Achille (ricercato da Giove) truccato da bambina, che gioca con
Deidamia e la mette incinta a 10 o 11 anni. Sciro è la
felicità infantile, il passato mai presente a se stesso,
il tempo dell’impossibile’. Siamo già alla necroflia sul
corpo di Pentesilea, posseduta in un flash da morta, mentre
Achille sente il brulicare dei vermi che abitano la sua stessa
carne. Auto-necrografia... Siamo già ai rantoli della ‘precocità
della morte’: Achille vuol dire ‘chi giovane si muore’. Egli è
il mito dei miti. I suoi doppî sono infiniti. È uno
che "Se avesse potuto esistere avrebbe voluto vivere... Invulnerabile
ma vulnerabilissimo".
La musica sente già i vermi che si agitano
nella carne quando questa è ancora viva. E il testamento
è di fatto intestimoniable, è già fuori dal
teatro, compreso quello stesso di Bene. In scena non c’è
nulla. "C’è solo il miracolo che procura miraggi".
Achille non si occupa più di teatro. La grande arte è
nella differenza, se ne infischia dell’arte, si eccede.
È lo s-concerto.
La phoné greca, come
protesi-altra del corpo-voce attoriale, vicina alla deità,
nell’irrompere in altri candidi firmamenti, in semicerchi scenici
sofoclei o in settecentesche bomboniere stuccate a oro, uccide
comunque l’attore da vivo. Si rimane trascolorati nella scenografia,
come in un’ideale reggia di Metastasio o nella ‘battaglia della
foresta’ macbethiana; è il non-esserci e come tale
tremola in trousse, in vitro, in cipria: soffia dappertutto
come un polline stregato, un’insinuazione ensorcellé
di musica; è il monitor, le casse, la batteria degli spot
elettrici, i mixer...
La béance offusca in nerofumo
questo melodiare attardato di spettri vagabondi, arrotola in pieghe
i margini delle forme. In musica come in cinema
l’asincronismo smarrito in cerimonia di tēchne perfora
il soggetto fino a polarizzarlo in oggetto.
La musica è oggetto per un
‘altrove’, non si è nient’altro che musica: pulsazione
costellata di colpi singolari, ruggito tenorile che ha
in serbo la concezione della vita come dépense e
il senso dell’orchestra "a fossa vuota". Regressione
nell’inorganico, geologia melodica come purezza, infanzia d’incantesimo
senza ragione, nello stupore delle variazioni della terra
salentina: infinite visioni smaltate tra il mare e il fogliame
degli alberi di fico, a picco in controluce accecante... ancora
un ritmo tra la luce e l’ombra...
... il nulla in sei ottavi.
Bibliografia minima:
Carmelo Bene, Opere, Bompiani, 1995.
Carmelo Bene, ‘L mal de’ fiori, Bompiani, 1999.
Carmelo Bene, Vulnerabile invulnerabilità e necrofilia
in Achille, Nostra Signora Editrice, 1994.
Carmelo Bene, Sono apparso alla Madonna, Longanesi, 1983.
Piergiorgio Giacché, Carmelo Bene. Antropologia di una
macchina attoriale, Feltrinelli, 1984.
Carmelo Bene/G. Deleuze, Sovrapposizioni, Feltrinelli,
1978.
AAVV, Il teatro senza spettacolo, Marsilio, 1990.
Discografia:
Manfred - Byron - Schumann, orchestra
e coro del Teatro alla Scala, direzione di D. Renzetti, Fonit
Cetra, 1980.
Majakovskij, musiche di G.G. Luporini, Fonit Cetra, 1981.
Lectura Dantis, musiche di S. Sciarrino, CGD, 1981.
Pinocchio, musiche di G.G. Luporini, CGD, 1981.
L’Adelchi, musiche di G.G. Luporini, CGD, 1984.
Hamlet suite, Nostra Signora s.r.l., 1994. |