Dibattito sulla chiusura del loggione della Scala

La redazione di Orfeo nella rete ha sentito la necessità di dare il suo contributo alla diffusione del dibattito che si è acceso in questi giorni sulla decisione ormai definitiva di cessare la vendita degli ingressi disponibili un'ora prima dello spettacolo.


Loggione addio

Addio vecchio loggione, la "lobby archeologica" che ti ha abitato e animato per tante serate, alcune indimenticabili, altre di più ordinaria routine musicale, va in pensione anticipata, per far largo al "pubblico nuovo", quello che, guidato e istruito dal Servizio Promozione della Scala, e organizzato nei GIS (Gruppi di Interesse Scaligero), dovrebbe assicurare una fruizione meno superficiale (parafrasando il sovrintendente) dell’opera lirica!

D’ora in poi non ci saranno più isolati maleducati e ignoranti che urlano dall’alto il loro dissenso ai cantanti; già, ha ragione il sovrintendente, il loggione ora non è più quello di una volta! Niente a che vedere con le gazzarre di un tempo!!! Qualche esempio ricordato a caso qua e là: 14 aprile 1903, Toscanini, indispettito dalla richiesta di bis di una parte del pubblico (l’opera era il Ballo in Maschera), lascia il Teatro e viene sostituito alla direzione; 17 febbraio 1914, fiasco totale di Butterfly; 5 giugno 1952, Dimitri Mitropoulos è costretto a pregare il pubblico intemperante di lasciarlo dirigere il Wozzeck; 7 dicembre 1972, fischi dal loggione per il Ballo in Maschera diretto da Gavazzeni; nel 1964 i fischi sono per Mirella Freni in Traviata; 1970, alla quarta replica dei Vespri, piove un mazzo di radicchi sul palcoscenico per Renata Scotto; 21 febbraio 1982, Anna Bolena non riesce ad andare in scena per le proteste del pubblico che reclamano la Caballé protagonista; 7 dicembre 1982, contestato l’Ernani di Muti, e si potrebbe continuare!

Davvero altra tempra rispetto ad oggi; negli ultimi anni solo qualche fischio isolato e qualche frase buttata giù e subito zittita dagli altri e da alcune maschere zelanti, così zelanti da aver cominciato ora a chiedere al pubblico: perché non applaudite?

Addio vecchia coda, luogo di incontri e dibattiti fra appassionati, di attese gioiose dell’evento che veniva assaporato pian piano prima dell’entrata in Teatro; il nostro efficiente sovrintendente si era prima preoccupato, lo scorso anno, della nostra sicurezza e aveva sradicato alcune sedie del loggione per sfrattare i suoi abituali inquilini ed ora, sospettando che vi siano non pochi bagarini fra di essi, preferisce eliminare il tutto, pensando di estirpare così questo particolare tipo di "cancro". Ma non sa o finge di non sapere che esso si alimenta molto più altrove che nella coda degli ex-posti in piedi.

Un’altra tradizione della nostra Milano se ne va, nel modo peggiore, per motivi non detti; infatti se è vero che i "loggionisti della coda" costituiscono un reperto archeologico e un privilegio corporativo, come viene veementemente affermato ora, perché l’anno scorso si era dovuto trovare l’espediente della sicurezza per emanare il ben noto provvedimento di fine agosto 2000?

Il sospetto quindi è più che mai fondato: chi ha paura del loggione?

Attilia Giuliani


Ho letto ieri sul Corriere la lettera di Fontana, resa di pubblico dominio dopo la riconferma nella carica di Sovrintendente (a farlo prima forse non si sentiva abbastanza coperto!). Il sogno di un prepotente è sempre quello di poter schiacciare come uno scarafaggio il piccolo diavolo che gli ha dato per anni del filo da torcere. Dopo tre assalti falliti (l'ultimo purtroppo solo in parte), il quarto è andato a segno a quasi dieci anni dal primo. E' inutile perdere tempo a rispondere alle futili motivazioni di Fontana. Ormai ha svenduto il Teatro, che era patrimonio di tutti, ai vecchi e nuovi potenti, schierati nel Consiglio di Amministrazione: Pirelli, Mediaset, Unione Commercianti e quant'altri. Anch'io ho la percezione che nonostante sia sempre stato difficile entrare alla Scala, l'Istituzione era amata e rispettata da tutta la città e c'era un sentimento condiviso di appartenenza, che il sequestro operato dai nuovi padroni sta facendo declinare velocemente. Non parlo evidentemente del Loggione, ma di tutto il Teatro, che ormai è invaso da sciami di turisti, modaioli, clienti di sponsor: un pubblico "truccato", che non mancherà di far pesare la sua preponderanza sulla qualità delle proposte musicali. Gli stambecchi del Gran Paradiso sono rincoglioniti da quando sono scomparsi i lupi, che davano loro la caccia. Prima erano sempre all'erta e saltavano via al minimo lontano fruscio, oggi mangiano il pane secco dalle mani dei turisti. Lo stesso secondo me accadrà a tutti coloro, musicisti e non, che devono garantire la qualità del prodotto offerto dalla Scala. Inconsapevolmente, introiettando la sensazione che suonare, cantare, vestire o illuminare bene piuttosto che male gli artisti avrà lo stesso effetto sul pubblico, alla lunga finiranno per impegnarsi di meno (tanto il risultato è lo stesso) e la qualità scivolerà in basso lungo un piano inclinato. Per quanto mi riguarda, devo confessare la mia indifferenza agli sviluppi di questa storia: anch'io "Cercherò lontana terra..." finché la gestione della Scala resterà quello che è.

Spero e mi batterò per un futuro diverso quando verrà il momento di tornare in Piazza della Scala, se avremo altri interlocutori e condizioni più favorevoli. Il loggione degli Arcimboldi non mi pare meriti spreco di tempo e di calorie. Vi consiglio di chiudere la vertenza con un messaggio duro e sprezzante, motivato in modo essenziale. La Scala e il Corriere si meritano giusto la LAABS di Peres (per contrazione "Labes", in latino vuol dire più o meno sozzura, spazzatura) come unico interlocutore. Arrivederci.

Gabriele Baccalini


Quando la radio alla Scala..

Quando si parla del Teatro alla Scala si parla di uno dei più importanti teatri del mondo. Ma come si è costruita questa autorevolezza e questo alone quasi magico?

Le cronache dell’Ottocento ci raccontano delle grandi prime assolute di opere italiane nel teatro milanese: il grande successo di Nabucco, la lunga assenza di Verdi, i fischi per Norma e Madama Butterfly, il trionfo di Turandot all’inizio del Novecento...

I nostri genitori e i nostri nonni ci raccontano del fascino che il nome "Scala" esercitava sugli appassionati di lirica: quando la radio trasmetteva in diretta le prime di tanti spettacoli, l’attesa per quelli della Scala era particolare ed essa riusciva a far viaggiare via etere non solo note, applausi e fischi, ma anche il clima che si respirava attorno alla immaginata Via dei Filarmonici. La Scala era avvolta da quell’alone magico che era alimentato sia dal grande repertorio ottocentesco, sia dai grandi nomi che ne calcavano il palcoscenico e il podio. A casa, attorno alla radio si aspettava la recita e si immaginava l’attesa nelle vie che circondavano il teatro; la radio richiamava attorno a sé famiglie e amici che ascoltavano, commentavano e quindi costruivano, anche nel piccolo di una cucina o di un salotto,"cultura". Il mezzo di trasmissione non forniva commento che quindi era completamente affidato al pubblico in sala. La radio si metteva così al servizio dell’avvenimento e non lo faceva diventare evento; il suo ruolo era quello di creare una sinergia fra chi era a casa e chi era presente in teatro rispettando le pause, i silenzi dettati dai tempi dello spettacolo. I suoni dell’orchestra che accordava, il bisbiglio delle persone che attendevano di prendere posto in loggione, nei palchi, in platea creava anche a casa la stessa emozione, la stessa tensione. Anche senza fare la coda per acquistare un ingresso, si aspettava il tenore al varco, il grande momento orchestrale ed alla fine si verificava se le proprie emozioni e i propri giudizi corrispondevano a quelli espressi in teatro.

Oggi ogni momento di attesa è sfumato: il lavoro contemporaneo detta dei ritmi e degli orari precisi ed anche alla radio tutto sembra stabilito; essa appare uno strumento in mano alla sovrintendenza ed alla direzione musicale della Scala per decretare fin dall’inizio il successo della serata. La diretta enfatizza il clima dell’evento: l’alone magico si è trasformato in fumo negli occhi. Per il commentatore "tutto va bene", "tutto è bello"; le sue minuziose descrizioni riempiono ogni pausa, soffocano ogni attesa, impediscono l’esercizio di ogni fantasia; le sue parole quasi si affrettano a coprire eventuali dissensi; i suoi giudizi, infine, costituiti, per lo più di vuoti aggettivi, tentano di impedire agli ascoltatori la libertà di farsi proprie opinioni. Ci è sembrato scandaloso che il critico musicale Paolo Isotta, intervistato nel foyer della Scala in un intervallo di Un ballo in Maschera diretto da Riccardo Muti nella stagione 2000-2001, abbia definito terroristi alcuni spettatori che in una pausa dell’opera avevano fischiato offendendo, a suo dire, il lavoro dei cantanti. D’altro parere è Giorgio Pestelli che in La Pulce nell’orecchio (Marsilio, Venezia, 2001, pp.174-177), sostiene che il fischio è la vita del teatro.

Ormai il Teatro alla Scala assomiglia più a una chiesa dove si compie un rito (o un sacrificio, nel caso specifico dell’opera) e dal quale stanno per essere banditi tutti quei "terroristi"che davano troppo calore e troppa vitalità al teatro.

Stefania Navacchia


Non sono, né sono stato mai, loggionista alla Scala. Dunque queste mie brevi considerazioni un po’ istintive e un po’ "politiche" sono quelle di chi vive al di fuori dell’ambiente dove si sta alimentando questa polemica e come tali vorrei fossero accettate. Tuttavia, pur non abitando a Milano, ho avuto modo di conoscere alcuni loggionisti in altri luoghi cari alla musica (Salisburgo, Lucerna, Vienna, Ferrara, ecc.) e ne ho apprezzato la competenza, la sensibilità e la passione smisurata. Ma soprattutto mi ha colpito (e ho segretamente invidiato) quel loro sano quanto malcelato orgoglio di appartenere ad una comunità ideale nata intorno ad uno dei monumenti della cultura italiana, di sentirsi a casa propria in quel luogo straordinario e carico di storia. Penso che tutti debbano convenire sul fatto che i loggionisti siano stati, con la loro incondizionata passione e la loro assidua partecipazione agli spettacoli, tra i principali artefici della crescita culturale ed umana del Teatro alla Scala.

Della Scala i loggionisti sono anzitutto la grande memoria, quella che l’attuale gestione vorrebbe forse cancellare per timore del ricordo di altre epoche, di momenti assai più felici e "vitali" nella storia del teatro. Tuttavia essi rappresentano anche una tipologia di fruizione del melodramma assai particolare, per non dire maniacale, che non mi appartiene ma che apprezzo e rispetto. Oggi, per molti motivi, questo modo di vivere il teatro d’opera sembra destinato a morire e forse qualcuno ai vertici della Scala sta cercando di accelerare i tempi della sua definitiva scomparsa: evidentemente a questi signori piace di più un teatro per turisti che non per veri appassionati. Questione di gusti, ma anche di intelligenza. In ogni caso credo che la fruizione dell’opera "da loggionista" non sia affatto un’esperienza deleteria ma al contrario costituisca il risultato di una tradizione autentica e popolare, un retaggio inevitabile della vera estrazione del nostro melodramma che affonda le sue radici in un contesto assai diverso dallo stile di vita che propongono i padroni della Scala quando confezionano "eventi musicali" su richiesta dello sponsor di turno. Proprio la "logica dell’evento", che ricorre in molte delle attuali produzioni scaligere, mal si concilia con le presunte intemperanze di questi "peones" che hanno come unica colpa quella di avere un amore sconfinato per la musica e per l’opera. Ma il troppo amore, si sa, gioca brutti scherzi.

Se infatti i loggionisti costituiscono la memoria storica del Teatro alla Scala, si può forse rimproverare loro di non essere riusciti ad incarnarne la coscienza critica, proprio a causa di questo loro affetto sconfinato. Alla Scala si recano ogni volta a perpetrare un atto d’amore quasi morboso per un luogo cui sentono di appartenere fin nelle viscere, al punto di perdonare o fingere di non vedere i madornali errori di gestione e di programmazione che hanno portato ad un progressivo disfacimento culturale del teatro in questi ultimi anni. Qualche fischio ogni tanto, per non perdere il vizio, innanzi alla manifesta povertà di certi interpreti vocali ma, di fronte alla mancanza di un credibile progetto artistico e alla mediocrità della quasi totalità degli spettacoli, si sono come assuefatti e progressivamente abituati al "né bello né brutto" che sembra essere la prerogativa dominante dell’attuale gestione. Mentre si scandalizzavano dell’improbabile fraseggio di José Cura, qualcosa di assai più scandaloso e pericoloso stava accadendo sotto i loro occhi. La dirigenza organizzativa faceva passare provvedimenti sempre più restrittivi nella gestione dei biglietti, concedendoli in misura sproporzionata a sponsor ed agenzie e riservandone sempre meno agli appassionati autentici; così facendo si è giunti alla parziale chiusura del loggione di alcuni mesi fa "per motivi di sicurezza" e poi alla definitiva soppressione della coda, che è notizia di questi giorni.

Ma alla direzione artistica è stato concesso anche di peggio: la scandalosa autocelebrazione permessa all’attuale responsabile musicale, alimentata a dismisura dai media, ha finito col danneggiare l’immagine del teatro e di impoverirne la funzione sociale e culturale. Oggi la Scala non è più il teatro della città di Milano, ma il luogo dove un unico Maestro imperversa accentrando le decisioni, pretendendo su di sé tutte le attenzioni e accaparrandosi gran parte del cartellone, cioè l’esatto contrario di un’istituzione moderna, aperta e democratica, come dovrebbe essere ciò che viene considerato il più prestigioso teatro lirico del mondo. Purtroppo questo è accaduto anche un po’ per colpa del tacito assenso con il quale il loggione ha involontariamente permesso un tale scempio. In questo modo ora la direzione del teatro ripaga tanto amore e tanta condiscendenza.

Dunque il provvedimento in questione, che abolisce definitivamente la coda del loggione e sradica dal tessuto umano di Milano anche questa singolare quanto preziosa tradizione, non mi stupisce affatto, essendo perfettamente in linea con i principi adottati dagli attuali padroni del teatro. Noto tuttavia che, mentre la sovrintendenza si è esposta direttamente nel sostenere questa assurda decisione, la direzione musicale è rimasta sapientemente in disparte, evidentemente per non sporcarsi le mani con questioni strettamente burocratiche e soprattutto, pensiamo noi, per non compromettersi avvallando una decisone tanto impopolare. A ben vedere però questo provvedimento rende proprio alla direzione musicale un servizio sostanziale: eliminando qualsiasi potenziale fonte di dissenso essa può lavorare indisturbata nel suo progetto di progressivo isolamento del teatro e di trasformazione dello stesso in un luogo dove l’esperienza musicale viene cristallizzata in un evento asettico, in un rituale preconfezionato destinato ai trionfi nei quotidiani del giorno dopo.

Per fortuna tutto finisce, possiamo allora augurarci che giunga presto il momento in cui gli attuali padroni rilascino le loro poltrone e restituiscano il teatro alla città e a tutti coloro che amano la musica e vedono in essa un veicolo di comunicazione e di dialogo e non un esercizio di autorità e uno strumento di potere. Consiglio quindi gli amici loggionisti di tenere duro, di coltivare segretamente nei meandri della Bicocca, come nuovi carbonari della musica, quella passione autentica che li ha animati per tanti anni nella speranza che il destino del Teatro alla Scala venga presto riconsegnato in mani più degne.

Daniele Navacchia


Addio al loggione della Scala: senza rimpianti.

Ha scritto bene Attilia Giuliani, presidentessa del Club Abbadiani Itineranti e principale animatrice del Comitato Liberi Loggionisti del Teatro alla Scala: "addio vecchia coda". Più che vecchia: anacronistica ed obsoleta. Caotica ed insicura: parole grosse ed addirittura schiaffoni ne sono volati parecchi nel corso della sua storia; per contrasto la coda del 1948 per il concerto della ricostruzione sembra molto ordinata nella foto pubblicata il 23 Nov. Egoista, in quanto possibile solo per gente che ha tanto tempo da perdere ed una situazione logistica, familiare e di salute favorevole. Infarcita di bagarini - addirittura la lista dei "codaioli" gestita dal loro capo - e di raccomandati col posto fisso - persone che si presentano solo la sera per la rappresentazione, senza essersi segnati in lista al mattino o la notte - ... Potrei continuare...

Ora la Scala trasloca agli Arcimboldi, un teatro di concezione moderna dove non è stato previsto architettonicamente un "loggione", ma in compenso sembra si vedrà? e si sentirà - bene da tutte le posizioni.
I biglietti si possono acquistare solo tramite Telefono, Internet o Bancomat: dopo un avvio piuttosto viscoso e nebuloso il sistema sembra ora ben rodato. Sono ancora disponibili oggi decine di biglietti di costo basso, Lit 20000, lo stesso prezzo dei biglietti di "loggione" alla Scala, per l'opera Traviata che lo inaugurerà a Gennaio: nessuno li compra, pur essendo semplicissimo attaccarsi al telefono o entrare in una postazione Bancomat per farlo.

Perché questi posti non interessano ai loggionisti o ai loro 8000 simpatizzanti che l'anno scorso firmarono un documento d'appoggio alla loro lotta?
Evidentemente queste persone sono afflitte da una bizzarra forma di masochismo per cui, anche se siamo nel 2001, non provano gusto ad andare all'opera se non fanno la fila... Mi chiedo allora cosa impedisca loro di prendersi in ogni caso questi biglietti comodamente da casa o dalla banca sotto-casa e poi vedersi lo stesso fuori del teatro per ricreare quel mitico "luogo di incontri e dibattiti, di attese gioiose...".
Misteri insondabili dell'animo umano.

Lucio Peres

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