Versus Muti, pro Abbado?
Sono pienamente d'accordo di sottrarsi al coro di lodi sperticate
a Riccardo Muti, ma non vi sembra per contro di essere un po'
troppo smaccatamente pro Claudio Abbado? Ho letto le vostre recensioni
su di lui: possibile che non sbagli mai niente?
Stefano
Cerina - 21/2/01
Innanzi tutto ti ringraziamo di averci scritto. Sulla questione
Abbado dobbiamo effettivamente riconoscere la nostra parzialità
che però crediamo sia anche sostenuta dalla reale importanza che
il musicista milanese riveste nel campo dell'interpretazione.
Personalmente non ho seguito Abbado in tutto e forse riceverai
delle mail da qualche socio di Orfeo che è molto più ferrato di
me. Posso però dire che dietro alla maggior parte dei suoi concerti
si avverte sempre un "progetto culturale", le proposte non sono
mai banali: ai tempi della Scala ha restituito un Verdi "pulito"
e "moderno" (forse non piace a tutti ma è di indubbio valore artistico),
per non parlare delle incantevoli operazioni rossiniane; sempre
alla Scala ha portato nuove opere, di enorme importanza, in repertorio
ed ha avuto anche il coraggio di proporre autori contemporanei,
incentivato anche da un fermento culturale che a quei tempi a
Milano era molto forte e presente anche fuori dalle istutuzioni
musicali. Mi sembra poi inutile citare la quantità di esecuzioni
che hanno rivelato aspetti nuovi nelle composizioni. Come se non
bastasse negli ultimi anni Abbado si è saputo ulteriormente rinnovare
recependo anche con molta attenzione le lezioni di altri direttori
come Harnoncourt e Gardiner. Persino il suono deiBerliner è cambiato
e questo cambiamento era necessario per far sì che l'orchestra
non continuasse a proporre lo stile Karajan. Per farla breve crediamo
che Abbado sia tra quei tre quattro direttori della sua generazione
(potrei citare Carlos Kleiber, purtroppo discontinuo, Harnoncourt,
discutibile sì ma con tante intuizioni brillanti) che hanno apportato
nuova linfa alla storia dell'interpretazione e si collocano un
gradino sopra gli altri. Tra i giovani guardiamo con molta attenzione
a Daniel Harding.
Gianfranco
Marangoni - 23/2/01
Innanzitutto grazie per la cortese (e inaspettata!)
risposta. Vorrei però tornare sulla "questione" Abbado, cercando
di sviluppare meglio il mio pensiero. Non metto certo in discussione
il valore interpretativo e artistico del direttore milanese: ho
ancora nelle orecchie uno stupendo "Falstaff" e una magistrale
"Eroica", ascoltati alla radio qualche tempo fa; e che dire della
fondamentale interpretazione dei "Tre Pezzi per Orchestra op.
6" di Berg con la London Symphony Orchestra (sto ascoldando proprio
in questi giorni il CD)? Abbado è certamente uno dei migliori
direttori d'orchestra della sua generazione, coraggioso nel proporre
il repertorio moderno, ma nel contempo profondo conoscitore del
repertorio classico ottocentesco. Quello che invece vorrei porre
in risalto è il problema (questo sì grave!) della critica musicale.
Dire che la critica musicale, italiana e non, soffre di "partigianeria"
è purtroppo inutile, dato che è sotto gli occhi di tutti: basta
scorrere le, francamente irritanti, recensioni dei quotidiani
o dei periodici specializzati: sempre che si riesca ad avanzare
fra tutta quella melassa dolciastra e nauseante! Immaginarsi dunque
il mio piacevole stupore quando mi sono imbattuto per la prima
volta nel sito "Orfeo nella Rete"; scorrendo le recensioni non
credevo ai miei occhi: il "Maestro Muti" messo in discussione,
anche pesantemente, da un manipolo di critici (italiani? Impossibile)!
Abituato da anni ai vari Isotta, Cappelletto, ecc., autentici
"aedi" del Direttore Musicale della Scala, per me leggere quelle
righe era come respirare un boccata d'aria fresca. E anche altri
artisti erano trattati con la stessa (forse un po' meno astiosa.)
vena critica. Tanto che cominciai a chiedermi: dove sta il trucco?
Ahimè, la mia sorpresa doveva essere di breve durata: ben presto
mi sono imbattuto nelle recensioni riguardanti proprio Claudio
Abbado e la mia prima reazione, lo confesso, è stata: ecco svelato
il trucco! Anche questi sono come tutti gli altri! Non partigiani
di uno, ma dell'altro! Al di là delle facili battute di spirito,
vorrei però fare una considerazione: a mio avviso il compito della
critica è appunto quello di "criticare", cercando di lasciare
da parte gli entusiasmi personali e paradossalmente "dimenticandosi"
il più possibile di recensire in quel momento l'artista preferito.
Anzi, io credo che in questo caso bisognerebbe essere ancora più
severi e andare a cercare, se necessario, il pelo nell' uovo,
pensando che tutti (anche Abbado!) umanamente possono sbagliare:
magari non tutta un'interpretazione, ma qualche aspetto di essa;
altrimenti sarebbe forse meglio astenersi "tout court" dal recensire
quell'artista. E qui arriviamo al nocciolo della questione: secondo
il mio punto di vista, i critici musicali non dovrebbero essere
dei cantori della Gloria del Maestro di turno (ciascuno si sceglie
il proprio e vai di incenso e corone d 'alloro!); dovrebbero invece
sempre pensare di essere al servizio del pubblico, cui non andrebbero
imposti degli idoli assoluti da adorare senza riserve, cercando
al contrario di stimolare un rapporto critico fra ascoltatore
ed esecutore (e naturalmente anche compositore: mi riferisco ai
peana che noi Wagneriani ci dobbiamo sorbire su Verdi in questo
periodo!), che penso proprio anche lo stesso Abbado (a proposito,
auguri per la sua salute!) apprezzerebbe. E' quello che, nel mio
piccolo, sto tentando di fare anch'io: che fatica, però, vigilare
su Karajan! Grazie ancora per l'attenzione che mi avete concesso
e buon lavoro. P.S.: comunque anche il "Crepuscolo degli Dei"
diretto da Muti cui ho assistito alla Scala non era poi così male.
Stefano
Cerina - 25/02/01
Gentile Stefano, rispondo in quanto forse il più
"abbadiano" tra i redattori di Orfeo nella Rete (i quali tutti
sono indirettamente debitori a Claudio Abbado di qualcosa nel
percorso della loro formazione musicale e umana). A mio avviso
il problema risiede non nel privilegiare questo o quel direttore
ma sul ruolo stesso della critica musicale e, più in generale,
sul significato della musica oggi. Mi spiego. Sono convinto che
la critica musicale debba essere in un certo senso "militante",
prendere cioé posizioni chiare a favore di questo o quell'artista
non per simpatia o per marchette giornalistiche (noi siamo un
sito assolutamente libero e indipendente) ma perché la musica
non è una regione dello spirito in cui debba regnare necessariamente
un'oggettività di giudizio. Al contrario in essa si sedimentano
o si rispecchiano le tensioni e le fratture della società e del
pensiero e, al di là della buona o cattiva esecuzione, come tale
è soggetta alla "visione del mondo" di ciascuno, e non vedo perché
non dovrebbe esserlo. Per me è molto importante ciò che c'è dietro
la musica, il contesto dove essa nasce e si propaga e il fatto
che essa risuoni non per il piacere di qualche "anima bella",
ma per alimentare o creare delle coscienze consapevoli in grado
di riconoscere la profondità del "pensiero musicale"e dunque del
"pensiero" in generale. Insomma ad una buona esecuzione deve corrispondere
una buona destinazione. Tutto questo, che ho esposto molto sommariamente,
l'ho imparato non dagli insigni musicologi che ho avuto come insegnanti
all'univesrità, ma proprio da Claudio Abbado, il quale mette costantemente
in pratica tali principi, essendo un musicista che parla poco
e lavora molto con altri musicisti instaurando con essi non un
regime di autorità, ma un dialogo costante. Abbado è un esempio
che trascende il campo della musica, il suo è un modo antiautoritario,
"dolce" e originale di fare cultura. Dunque la nostra non è una
rivista "abbadiana" perché "anitimutiana", ma semplicemente tutti
noi siamo profondamente debitori verso il maestro Abbado non solo
di memorabili esecuzioni (ho assistito sabato scorso alla Nona
di Beethoven al Musikverein di Vienna e non credevo si potesse
arrivare ad applaudire per quasi mezz'ora come ho visto fare ai
viennesi letteralmente impazziti) ma di qualcosa di molto di più:
ci ha insegnato, e ci sta insegnando ancora, ad ascoltare, ad
avere con la musica non un rapporto esteriore o di puro godimento,
ma la consapevolezza della sua totale appartenenza a tutti gli
strati dell'umana coscienza. Grazie per aver provocato questa
piccola discussione e dunque a risentirci.
Daniele
Navacchia - 7/3/01
Chiedo qual'è il senso di una
discussione (più correttamente polemica) "versus Muti, pro
Abbado"?
Per sgombrare il campo da ogni possibile fraintendimento
premetto che sono "abbadiana" fervente, la
qual qual cosa non mi impedisce di di apprezzare tutta la buona
musica.
Mi pare che Daniele Navacchia abbia già detto tutto
quello che c'era da dire sul ruolo della critica, ma vorrei dire
la mia come parte del pubblico che frequenta i teatri e le sale
da concerto..
A prescindere dal fatto che il parere della
critica non sempre coincide con quello del pubblico, credo che il
successo più grande, quello vero, ieri come oggi, sia decretato
dal pubblico.
In quest'anno verdiano (giusto per fare dei riferimenti
concreti) il pubblico della Scala, non solo del loggione, mi pare
abbia avuto un andamento altalenante, riflettendo quello di Riccardo
Muti che si è accollato tutti gli oneri e gli onori (?) delle celebrazioni
verdiane.
A Ferrara (dov'ero presente) a Parma e a Bolzano (
presente per la seconda volta) il pubblico ha accolto con
grande entusiasmo il Simon Boccanegra diretto da Claudio Abbado.
Non credo che il pubblico sia fazioso e partigiano: quando si paga per
un biglietto cifre dalle 120 alle 300 mila lire si
ha, giustamente, la pretesa di sentire una buona esecuzione e di
uscire da teatro soddisfatti (dopo aver fatto magari qualche centinaia
di Km).
Se poi il successo di un opera deve essere globale,
per quanto riguarda il Simon Boccanegra, posso dire che il pubblico
(anch'io) non si è sentito di non applaudire il basso (che
non ha affatto brillato) o il regista (regia inefficace) perchè
tale e tanta è stata la soddisfazione per la concertazione e la
direzione d'orchestra che ci si è letteralmente dimenticati di tutto
il resto. Credetemi non è per sorda predilezione nei confronti di
Abbado: la sua direzione è trascinante, emozionante e coinvolgente
che aspetti, peraltro non marginali, dell'opera finiscono
sullo sfondo.
Non dimentico che Muti è un ottimo direttore, alle
volte troppo preso da se stesso e troppo poco dalla musica che sta
dirigendo: questa, forse, è la sua debolezza. Direte che essendo
dichiaratamente di parte non faccio testo. Vi ricordo allora
che l'esigente pubblico viennese del Musikverein apprezza
moltissimo Riccardo Muti. Se poi applaude per mezz'ora Claudio Abbado
non credo sia faziosità; è il segno più che mai tangibile
che Abbado ha trasmesso "qualcosa" che parte da lui e
dalla sua orchestra e arriva al "suo" pubblico.
Questa è anche la sua lezione: fare musica insieme con musicisti
e pubblico. Non mi pare che questo sia da tutti. Il giustifica
ampiamente i titoli dei giornali e le recensioni piene di superlativi.
All'amico wagneriano, ammorbato da tanto Verdi,
suggerirei di andarsi a sentire dal vivo "Parsifal"
diretto da Abbado a Berlino (dicembre 2001) in forma di concerto
o Salisburgo - opera (Festival di Pasqua 2002) per sentire e possibilmente
vedere (Abbado è da ammirare anche nel suo gesto) da vicino
l'effetto che fa.
Antonella
Perini - 13/6/01
Non sono un critico,ne un competente ma un modestissimo audiofilo.
Abbado mi ha trasmesso in occasione del ciclo beethoveniano a S.Cecilia
una forza grandissima,un furore. Vi dico che sotto il mio balcone
si erano fermati dei passanti ad ascoltare l'Overture dall'Egmont,in
silenzio,rapiti. Grazie,Maestro!
Rino Consolmagno - 13/9/01
Desidero dare il mio contributo alla diatriba Abbado-Muti
affrontando il problema da un'ottica non strettamente musicale bensì
dall'importanza che l'ambiente di formazione esercita sull'artista
e sugli individui in generale.
Pur essendo milanese di nascita è solo all'età di
34 anni, nel 1974 che ho visto la Scala per la prima volta. Si commemorava
il XXX anniversario della Liberazione e Abbado dirigeva Pollini
nel quarto concerto per pianoforte di Beethoven oltre alla sua Terza
Sinfonia. Il concerto era gratuito, a porte aperte, diffuso a mezzo
altoparlanti nella piazza antistante fin sotto la Galleria Vittorio
Emanuele. Questo fu possibile perché il sovrintendente era
allora Paolo Grassi. Un momento magico nella storia che conta della
città e del Teatro.
La Milano di allora era una città piena di fermenti e di
speranze. Una città ancora intatta nel suo tessuto umano
dove la solidarietà favorita anche da case cosiddette di
"ringhiera" povere ma estremamente adatte a favorire i
rapporti tra gli abitanti provenienti da tutte le regioni del nostro
Paese, era la norma non l'eccezione. Gli operai di allora formatisi
sulle pagine di giornali di partito erano in grado di esprimere
giudizi puntuali su ogni aspetto del mondo che li circondava, non
solo la politica ma anche il cinema, la musica, lo sport. Luogo
di operosità aperta, pieno di progettualità dove peraltro
la borghesia era ancora in grado di educare eredi degni del ruolo
cui erano destinati.
Paolo Grassi, Pollini e Abbado sono cresciuti in questo clima; ne
hanno respirato l'aria e quando il momento della contestazione arrivò,
provocando anche dolorose lacerazioni, loro non si rinchiusero inorriditi
entro la torre di privilegio che pure il Teatro poteva loro consentire.
Portarono l'orchestra nelle fabbriche e nelle assemblee studentesche.
Sentirono che era giusto rendere partecipi del loro mondo privilegiato
coloro che per ragioni di classe ne era escluso. Questa generosità
di fondo, questo far sì che la musica non venisse confinata
ai soliti pochi si saldò anche con le istanze di una generazione
di studenti che ancora continuavano a ritenere, l'arte importante
perché, se non altro, contribuisce a rendere la vita più
bella.
Ritengo che la tangente cittadina sia importante tanto quanto l'educazione
familiare e Abbado coglie e fa proprie le idee del suo tempo. Chiunque
lo veda dirigere in un teatro qualsiasi del mondo, sente che lui
porta dentro di sé una formazione aperta, gioiosa, generosa,
carica di quell'ironia propria di chi è consapevole che quello
che sta dirigendo in quel momento non è la cosa più
importante del mondo. È solo una delle tante. Lui non è
l'unico maestro e lo sa. Stempera il clima di competizione o di
sfida che una direzione d'orchestra può ingenerare in una
morbidezza di atteggiamenti e di trepidante comunicazione con i
suoi artisti che inevitabilmente si trasmette anche al pubblico.
Si sente che il suo è un modo di lavorare collettivo dove
lui è una parte del tutto. E così facendo si rende
artefice di una dimensione di gioia. Questa forza e questa leggerezza
ritengo sia possibile solo a chi cresce in società improntate
al sentire gli altri importanti quanto se stessi. Non provo la stessa
gioia ascoltando Muti.
Silvana
Lollini
Cercherò di essere stenografico.
"Abbado o della tensione pulsionale", "Muti o dell'edonismo".
Chiaro in quale urna ho depositato la mia pallina, no?
Abbado ha sempre sofferto - per una sua qualche formazione quasi
calvinista - di sospetto verso il "sentimento".
Come dargli torto? Basta scomporre la parola "Senti? Mento":
come a dire il puro falso. Ora che ha più anni si è
riconciliato con ciò che soggiace di esatto sotto quella
parola (la pulsione) attraverso la gioia dionisiaca, quasi tribale.
(Ma non dimenticherei che il primo Abbado aveva diretto splendidi
Bellini e Donizetti e non dimenticherei, acnora, che, salvo smentita,
non ha mai bazzicato Puccini: e in ciò sbagliandosi: proprio
Puccini avrebbe bisogna di una sua cura dimagrante.)
Due esempi per tutti di come il "pudore" freni la mano
di Abbado nei grandi slarghi cantabili/lirici? Le entrate delle
grandi arie di Amelia e di Lady Macbeth.
Ed anche nelle ultime esecuzioni delle sinfonie beethoveniane che
non risentivo da anni per l'usura che le aveva sbrindellate e che
è riuscito a farmi sentire come new entries, sapevo alla
perfezione i momenti in cui mi avrebbe lasciato con le gomme a terra.
Ma, sorprendentemente, uno di questi - la cosiddetta marcia funebre
della terza - l'ha risolto stupendamente mentre il larghetto della
settima l'ha un po' buttato via (sempre all'interno di un'idea perfettamente
coerente ed eseguita come un orafo saprebbe fare).
Gino Tasca
- 24/11/01
Una possibile differenza fra lo spirito accademico
e lo spirito artistico sta forse nel grado di apertura che caratterizza
negativamente il primo e positivamente il secondo. Lo spirito
accademico è chiuso nel senso che pretendendo detenere
ciò che è giusto e valido, tenta di imporlo, rimanendo
così refrattario a tutto quanto si allontana da questo
suo modello ideale.
La rigidità e il desiderio di continuamente replicare l'ideale,
non sono altro che l'espressione di tale chiusura. Ma tutto ciò
che si fissa, artisticamente decade. Un pittore impressionista
è artisticamente più interessante nel XIX che nel
XX secolo. Infatti, lo spirito artistico, in quanto creatore,
non può che essere anche distruttore. L'atto artistico
è dunque aperto: per innovare occorre oltrepassare l'esistente,
occorre inoltrarsi in nuove vie. L'apertura è l'"andare
oltre". Lo spirito accademico è fissità ripetitiva
e assolutismo conservatore, mentre lo spirito artistico è
relativismo in continuo movimento.
E' da questa distinzione che si può, forse, partire per
cercare di risolvere, o almeno di chiarire almeno parzialmente,
il "caso Muti - Abbado". Dalla mia esperienza quale
ascoltatore, soprattutto di incisioni discografiche, mi pare di
potere associare lo spirito accademico a Muti e lo spirito artistico
ad Abbado. E ciò, senza alcun giudizio di valore a priori:
lo spirito accademico è giustificabile in quanto permette
di conservare il passato, e lo spirito artistico è necessario
per evitare la rarefazione che il primo inevitabilmente comporta.
Il filologismo rigido (basti quale esempio l'attaccamento ossessivo
al testo scritto), i numerosi concerti commemorativi (concerto
a Sarajevo, concerto per i 50 anni dalla ricostruzione scaligera
riprendendo il programma di Toscanini, il Requiem in Israele,
il concerto per la morte di Gavazzeni riprendendo la tradizione
che Gavazzeni stesso non aveva voluto ripetere, la recente apparizione
al Teatro Colon di Buenos Aires come pure il Falstaff a Parma),
l'inaridimento delle proposte scaligere (si vedano le innumerevoli
riprese di Traviata, ma anche varie proposte di titoli già
proposti altrove, come pure la povertà del programma 2001/02),
la scarsa inventiva nei rapporti con i registi (il prossimo Otello
sarà con Graham Vick, certo inventivo ma comunque presente
in molti altri teatri, per non parlare della fuga da Salisburgo
di alcuni anni fa, o della ripresa di molte regie di
Strehler, certo magnifiche ma certamente non assolute): tutti
elementi caratteristici delle esecuzioni mutiane e che denotano,
a mio avviso, uno spirito accademico e conservatore.
Convinzione che s'accresce al confronto con Abbado. Certo, anche
Abbado commemora la caduta del muro di Berlino (ma l'avvenimento
è al presente più che orientato verso il passato),
anche Abbado ripropone il Simon Boccanegra (ma la regia non è
più quella di Strehler), e anche Abbado ripropone a Lucerna
un programma di Toscanini (ma l'esecuzione non cerca l'imitazione).
Inoltre, le esecuzioni di Abbado, dal punto di vista puramente
musicale, sembrano avere uno slancio e un vigore che le rendono
vive. Si pensi alle Nozze di Figaro, ma anche al Don Carlos, al
Macbeth o al recente Falstaff (tutte opere che anche Muti ha inciso,
ma - a mio avviso - con un risultato artistico ben inferiore).
Si pensi inoltre anche alla recente incisione delle nove sinfonie
di Beethoven che mettono in discussione anche, e soprattutto,
le incisioni passate dello stesso Abbado (vero segno di relativismo
innovativo). Infine, mi pare che i rapporti con la regia (da
Strehler a Ponnelle, ma anche da Peter Stein a Klaus Michael Grüber
passando
da Herbert Wernicke) e il profondo rinnovamento nei ranghi dei
Berliner Philharmoniker (ciò che ha permesso l'andare oltre
Karajan), siano altri
elementi che dimostrino l'apertura artistica di Abbado.
Credo sia questa la principale differenza fra le esecuzioni di
Riccardo Muti, certamente curate e pure apprezzabili, e quelle
di Claudio Abbado, che - è pur vero - a volte avvengono
con un cast non sempre adeguato.
Questa interpretazione può forse anche spiegare la contrapposizione
degli appassionati fra "mutiani" e "abbadiani":
da una parte chi preferisce il conservatismo accademico, dall'altra
chi ha bisogno di aperture artistiche.
Che i viennesi apprezzino Muti, non significa ancora che le sue
esecuzioni siano memorabili. Quanta musica è stata nel
passato apprezzata, pur perdendosi nel vigore dell'evoluzione
artistica?
Non so cosa ne pensino gli altri visitatori di orfeonellarete:
evidentemente sono aperto a critiche, aggiunte e ad opinioni divergenti.
Pietro
Nosetti - 26/11/01
Mi sento chiamata in causa dall’intervento del sig.
Nosetti. Ha perfettamente ragione quando afferma che il gradimento
del pubblico viennese nei confronti di Muti non è indice
di esecuzioni memorabili. Volevo solo rispondere che a chi affermava
che la critica, in generale, si schiera dalla parte dell’uno o
dell’altro, in modo del tutto partigiano è molto più
intelligente di quanto si possa pensare. Comunque, torniamo all’oggetto delle nostra discussione:
il confronto Abbado-Muti, ribadisco che non ne comprendo pienamente
il senso. Mi pare che la maggior parte dei frequentatori di Orfeo
nella rete sia dell’avviso che il Maestro Abbado è il protagonista
e Riccardo Muti l’antagonista. Dell’antagonista, francamente,
non saprei che dire e questo non è buon segno. Un tempo
Riccardo Muti mi piaceva, ora molto meno. Mi pare che i suoi tempi,
frequentemente, siano troppo veloci e frettolosi; che pecchi,
spesso, di superficialità; che cerchi, quasi in tutti i
momenti, di raggiungere effetti spettacolari per dare l’impressione
di virtuosismo. Anche l’enfatizzazione del gesto mi pare, assai
spesso, una messa in scena per catturare il pubblico. A tanta
frenesia, raramente, corrispondono i risultati. Certo l’Otello
che ha diretto la sera del 7 dicembre 2001 è di buon livello
(il cast vocale è quanto di meglio ci possa essere), anche
se non mi è parso di ascoltare l’Otello per eccellenza
come si è detto e scritto da più parti. L’orchestra
della Scala –a parte qualche sbavatura - ha suonato molto bene,
merito soprattutto del direttore, ma non è stata, a mio
avviso, la performance del millennio. Del protagonista, di Claudio Abbado potrei dire
molte cose: lo ascolto e lo seguo dal 1973 quando mi incantò
con "La Cenerentola" di Rossini; qualche anno dopo sono
rimasta letteralmente "folgorata" da una "Eroica"
con l’orchestra della Scala. Non era il Beethoven che ci ha proposto
nel ciclo di Roma, ma il più "vivo" che in quegli
anni si potesse ascoltare. Se questi primi ascolti avvenuti fra
l’infanzia e l’adolescenza mi hanno istintivamente catturata,
con gli anni ho imparato ad ascoltare ed apprezzare consapevolmente
la musica diretta da questo grande maestro. Vorrei dire che considero
Claudio Abbado, al di là della musica, una delle personalità
di maggior rilievo per la cultura del nostro tempo. Mi riferisco
alla sua indiscutibile capacità di organizzare cultura:
basti pensare ai cicli berlinesi (percorsi tematici che coinvolgono
tutte le arti, non solo la musica) oppure il Wien Modern (festival
annuale che premia i giovani scrittori, compositori e molto altro)
e non da ultimo il suo continuo e costante interessamento per
il futuro della musica; vale a dire il suo impegno per le orchestre
giovanili e i giovani musicisti. E’ un vero peccato che l’Italia
si sia lasciata sfuggire l’occasione, al congedo di Abbado con
i Berliner, di riportarsi a casa un uomo che crede che "chi
ha fiducia nella cultura è capace di anticipare il futuro",
avremmo potuto sperimentare il modello culturale berlinese. Rifonderà,
invece a Lucerna l’orchestra che era stata pensata per Arturo
Toscanini: un altro esempio della sua apertura mentale e musicale,
del suo pensare alla musica del futuro e al futuro della musica
oltre che del suo volersi mettere continuamente in discussione.
Tornando alla musica di Abbado, vorrei dire che
quando lui sale sul podio non pensa mai a se stesso, ma alla Musica;
che ogni sua interpretazione parte da dove molti altri non oserebbero
nemmeno arrivare ed è preceduta da profondi studi; che
la sua analisi della partitura scende nei dettagli minimi. Spesso
si dice di lui che lavora con la precisione di un orologiaio svizzero
o di un orafo: il tutto, però, senza perdere la visione
d’insieme. Egli non considera mai la partitura come insieme di
segni algebrici: ascoltando una sua esecuzione si sente sempre
un quid pluris, qualcosa di nuovo e di inaspettato, perché
oltre alla conoscenza mette amore, infondendo gioia nei suoi musicisti.
Con un gesto sereno e pacato riesce ad ottenere esecuzioni di
vibrante musicalità. Vorrei concludere, dicendo di Claudio
Abbado le stesse parole che egli ha usato per Fürtwangler
"in lui c’è semplicemente più musica"
e non solo rispetto a Muti.
Antonella
Perini - 12/12/01
Mi permetto di rispondere all'intervento di Antonella
Perini, in quanto ho difficoltà ad accettare i "partigianismi",
i partiti presti, quali essi siano. Da questo punto di vista mi
sembrano ridicoli i tebaldiani, che non compresero la Callas,
e i callasiani che non compresero, a loro volta, la Tebaldi. In
fin dei conti, cioè dopo un assodamento del terreno per
ovvi motivi temporali, si è pur compreso che entrambe le
cantanti avevano molti pregi artistici, seppur diversi.Il desiderio di non essere partigiano, non deve
però condurre ad un'assenza di giudizio. Così, se
le cieche critiche verso Muti non mi interessano, non mi interessa
neppure il cieco entusiasmo per Abbado (ad esempio, come non criticare
certe scelte di cantanti, basti pensare al Barbiere di Siviglia
seconda versione). Ma allo stesso tempo, mi sembra che il principio
artistico sia ben più interessante del principio accademico,
tanto che non ho dubbi su chi dovrei scegliere da portare sulla
famosa isola.Per concludere, credo sia forse interessante andare
oltre questa diatriba, essendo disponibili sul "mercato" molti
direttori d'orchestra interessanti. Qualche nome? Mark Minkowski,
William Christie, Nikolaus Harnoncourt, Daniel Harding, John Eliot
Gardiner, Christian Thielemann,... e, infine, come non ricordare
lo scomparso Giuseppe Sinopoli.A mio avviso, un confronto differenziato non può
che far risaltare maggiormente le caratteristiche proprie di ognuno.
Ciò che - in particolare per Muti - sarebbe più
che opportuno, anche e soprattutto per il futuro della Scala che
solo una retorica illusoriamente enfatica pretende ancora che
sia il "teatro più bello del mondo".
Pietro
Nosetti - 5/02/02
Intervengo anch'io nella discussione in oggetto
per ribadire quanto affermo solitamente di fronte a queste domandine
(o domandone?) a trabocchetto: tra Muti e Abbado scelgo piuttosto
di buttarmi...io dalla torre!
Chi vi scrive, va detto, è un abbadiano convinto da sempre.
E tutto ( o quasi) quello che ho letto su Abbado mi trova pienamente
d'accordo. Condivido, in particolare, l'intelligente impostazione
della signora Lollini, che mette adeguatamente in luce il ruolo
sociale e divulgativo di Abbado (unitamente a quello immenso di
Paolo Grassi, Pollini e pochi altri) svolto all'epoca delle contestazioni
degli anni Settanta, successive al famigerato1968.
Muti, un conservatore? Concordo ma solo in parte con chi lo afferma.
Muti è comunque un musicista straordinario, pur nel solco
di una significativa tradizione che da Toscanini a De Sabata,
da Guarnieri a Cantelli, arriva sino a noi: Essere testuali oltretutto
non significa, a mio sommesso avviso, essere per forza conservatori.
Certo, si potranno non condividere alcune sue scelte interpretative,
ma ciò non toglie che da quando c'è lui alla Scala,
l'Orchestra è cresciuta e gira anche moltissimo all'estero.
E di fatto è diventata una delle principali compagini sinfoniche
europee. A Vienna ( ve lo garantisce uno che ha passato un po'
di tempo in quella città) hanno un palato finissimo per
gli artisti. E i Wiener Philarmoniker non scelgono a caso i direttori
soprattutto per festeggiare ricorrenze importanti (v. i 150 anni
dalla loro nascita).
Muti e Abbado entrambi hanno goduto e godono di una grande stima
da parte dei viennesi.
Chi si sente davvero italiano dovrebbe allora sentirsi orgoglioso
di questo, invece di creare assurdi dualismi, con lo scopo soltanto
di rinnovare quelli sin troppo noti del passato e solo per puro
divertimento (v. Callas e Tebaldi).
Abbado che dirige in modo fantastico Beethoven e Mahler; Muti
che altrettanto bene si cimenta con Mozart, Verdi e Wagner sono
due risorse, due patrimoni importanti da valorizzare e divulgare
tra i giovani (spesso malati di miti musicali fasulli e passeggeri).
In ogni caso dietro di loro non hanno ancora trovato qualcuno
(almeno in Italia) che possa reggere il confronto.
E allora, cari amici, vi proporrei piuttosto di avviare una discussione
proprio su questo. E cioè riflettere sul futuro della direzione
d'orchestra e della Musica in Italia e su chi possa davvero raccogliere
in un futuro, ormai prossimo, la pesante eredità di questi
due così significativi e rappresentativi (all'estero in
particolare) Maestri.
Alessandro
Romanelli - 22/3/02
Sono un musicista ormai in pensione,ho avuto modo
di suonare con Abbado e Muti molte volte nel corso della mia carriera che si è
svolta nel più prestigioso teatro italiano. Voglio solo dire che con Abbado ho sempre,e non solo io,provato
la gioia di far musica,la gioia di partecipare e di rendere viva una partitura,con Muti questo non è mai avvenuto.
solo un musicista... - 22/3/02
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