Per un secolo di musica che deve ancora (ri)vivere.
Nuovi appunti sullo stantio dibattito intorno alla musica del ‘900
Passata la soglia del millennio, ci si domanda giustamente cosa «resta
del secolo» [Il Giornale della Musica], ma il fatto è che la produzione
musicale degli ultimi cento anni è rimasta in larga parte inascoltata,
incompresa e bistrattata, persino da molti famosi strumentisti, direttori
d’orchestra, nonché relegata a una disamina critica disorganizzata,
episodica, incapace di evidenziare "paesaggi" della produzione
musicale non imbrigliati né da retaggi nazionalistici, basti confrontare
un libro anglosassone con uno francese sulla musica del Novecento, il
60% dei nomi sono diversi, né da differenziazioni di "genere"
pregiudiziali (contemporanea, minimalismo, new age, jazz d’avanguardia,
art rock, ecc.). Chi si è inoltrato nei territori del Novecento ha finito
o (1) per limitarsi ai grandi mostri sacri della prima metà del secolo,
o (2) si è limitato a un dizionario informativo di nomi e di composizioni
mascherato da "storia" organica di un periodo, o (3) infine
si è allegramente compiaciuto di mischiare le carte, di equiparare i percorsi
di Philip Glass con quelli di Stockhausen, di sostenere che Prince non
è in fondo da buttare via, oppure che la musica "estone" o new
age, o ancora il neoromanticismo, siano le vere note positive dopo
tanta avanguardia "inascoltabile". Ora l’avanguardia, anche
quella anni cinquanta (davvero, finiamola con la svalutazione di quel
periodo), è ascoltabilissima, e se il nostro orecchio ancora annaspa è
semplicemente perché ogni giorno è educato malissimo. Che manchino grandi
compositori, nel secondo Novecento, non paragonabili a quelli del passato,
è una leggenda metropolitana rassicurante, che consente di risparmiarsi
un confronto con il proprio tempo: pensiamo a Nono, Boulez, Stockhausen,
Ligeti, Maderna, Kurtág, Messiaen, Feldman, Rihm, Scelsi, Wolpe, Xenakis,
Berio, Carter, Lutoslawski, Zimmermann, Gubaidolina, Lachenmann, per limitarsi
a qualche nome.
Il fatto è che mancano categorie estetiche e riflessioni sul compito
dell’arte, che prevale un atteggiamento presuntuoso, narcisista,
di chi deve soccorrere con l’autorità dello scrivere il proprio gusto,
costruitk nel tempo tenendosi ben lontano da qualsiasi dialogo con le
altre arti e tanto più da qualsiasi "sublimazione": già, un
termine per dire crescere, ossia sostituire un appagamento scontato
con la ricerca di un mettersi in cammino, arte quest’ultima sempre
più sconosciuta, in un tempo in cui l’alienazione è divenuta ormai,
vox populi, peculiarità di colui che pensa, che si intristisce
nei ragionamenti, che si "scollega" con il variopinto e scintillante
mondo dei "promo alla vita" quali sono le mode e i messaggi
pubblicitari che le sostengono.
Bene fa Bortolotto a sostenere senza mezzi termini che si è trattata
di una cultura di élite, quella del Novecento, ed infatti non si vede
perché improvvisamente la massa (per usare una terminologia francofortese)
impazzisca per i quartetti di Beethoven [GdM, p. 1], o aggiungiamo noi
per Joyce, per Klee, per Scarpa, per Tarkovskij. Più difficile è comprendere
la ragione della rilassatezza intellettuale di fine Novecento, dove il
criticismo è finito sotto i piedi e ci si sente alla moda (al passo coi
tempi) solo dimostrando uno spirito casual, come quello di Bruno
Canino, capace di accostare nella sua personalissima hit parade Le
marteau sans maître o Mantra con Yesterday o Satisfaction:
perfetto! Credo che molti nostri lettori, ascoltino la contemporanea sapendo
abbandonarsi anche alle canzonette, ma non saprebbero mettere sullo stesso
piano cose così disparate, come invece sanno fare benissimo le menti
chic di qualche "professionista" della musica. In questo
senso, inutile entrare nel merito delle opere favorite di Franco Fabbri,
ovviamente motivate da un palpitante sottobosco sociologico, rispetto
alle sradicate e astratte opere colte e borghesi: peccato allora che Henry
Cow e Art Bears (la punta più alta dell’art rock, se si vuole insieme
a Zappa) siano mischiati a Prince, Mina e Celentano. Ma il peggio si registra
con uno dei nostri italianissimi neoromantici, Lorenzo Ferrero, il quale
si dichiara sicuro che ai «funamboli dell’intelletto» si preferiranno
e sopravviveranno nella memoria dei tempi Prokofiev, Poulenc e Bernstein
e che il resto (i compositori citati da noi sopra) non sono che il triste
documento in musica di un «secolo che ha seminato più morti per ideologia
che buone idee per vivere meglio» [GdM, p. iv]. Che dire? Che Ferrero
è la testimonianza di quanto si possa essere miopi anche in campo sonoro,
che i gusti sono sempre capricciosi e quindi tutti legittimi, o che la
mamma dei cretini è sempre incinta? Il Giornale della Musica non poteva
risparmiarsi di invitare anche Marco Tutino al gioco delle cose da salvare
del ‘900 e come il suo "compagno" Ferrero, ecco allora
che, se riconosce almeno la presenza dell’avanguardia (si è accorto
che c’è), non meno ritiene che Beatles, Sting, Jarrett e Lloyd Webber
siano capisaldi del secolo tutto. Si continua con l’accozzaglia libertaria
e libertina dell’elenco smisurato di cose da salvare di Giordano
Montecchi, che dopo ampia riflessione ha semplicemente messo in ordine
alfabetico gli artisti di cui possiede un disco che ama a casa sua (e
quasi se ne vanta: molto chic davvero). Possiamo pacificarci con
le parole profetiche di Marcello Piras, che decretando il quartetto d’archi
un oggetto da museo già a partire dall’opera 28 di Webern (deve avergli
fatto proprio male), vede in Prince e in Gershwin, e in Zappa (speriamo
in quello di Phase Civilization III e non in quello di Joe’s
Garage, Bertoncelli ci perdoni) il «futuro della musica» (in
corsivo nel testo, segno che percepiva l’importanza di quanto stava
sostenendo).
Se qualcuno aveva dei dubbi sulla cultura musicale di Nicola Piovani
(autore di colonne sonore, tutte sapientemente "carine", ma
non per questo non funzionali), eccolo servito: dobbiamo a Duke Ellington,
Weill, Piazzolla, Rota, Lennon e Lloyd Webber, se «la musica del ventesimo
secolo non si è sepolta a Darmstadt come qualche filosofo desiderava».
Non c’è dubbio che sarebbero rimasti sepolti molti lauti "budget"
di tanti compositori "avvertiti".
Per fortuna nel dossier del Giornale della Musica compaiono anche delle
disamine personali più interessanti, dove si sciorinano i nomi fondamentali
del secolo: ecco Chailly aggiungere ai nomi canonici (scuola di Vienna,
Mahler, ecc.) compositori ritenuti decisivi come Zemlinsky, Varèse, Ives.
Michele Porzio compie lo sforzo critico più serio e individua tre filoni
principali nella musica del Novecento: una «"compresenza" sincronica
e simultaneistica delle opzioni stilistiche» (da Strawinsky a Busoni,
Schnittke, Pärt, Zimmermann, Rihm; una ricerca sul suono (da Varèse a
Cage, Scelsi, Feldman, Nono e le miglior cose, non commerciali, del minimalismo);
una terza via spirituale e antitecnologica (ancora Cage e Pärt fino al
giapponese Somei Satoh e al cinese Tan Dun). Non molto, non condivisibile,
ma almeno una posizione seria.
Insomma, tutto qui, il dossier del Giornale della Musica, perfetto esempio
del tenore del dibattito sulla musica del Novecento. Ma se si prendono
in considerazione campi quali il cinema o la letteratura, non credo che
il panorama intellettuale che ne esca sia migliore. In un periodo di decadenza,
soprattutto della classe intellettuale - di artisti in Italia continuano
ad essercene, per fortuna, molti e di livello internazionale -, ci si
ritrova a motivare la scelta di mettere in circolazione la propria "voce",
fondando una rivista come Orfeo nella Rete, proprio per segnalare almeno
che esistono delle "differenze", che malgrado tutto vi sono
persone che fanno altre ricerche e danno un diverso senso all’arte
del presente. Il nostro percorrere spesso il Novecento musicale si rimotiva
ogni volta che leggiamo stralci di dibattito come quello sopra citato,
ogni volta che ci accorgiamo che mancano opere critiche che sappiano leggere
esteticamente ma in modo "organico" il panorama frastagliato
della scena musicale contemporanea, ogni volta che percepiamo in opere
certo poco ascoltate la trama di una storia "altra", la testimonianza
di diversi cammini, la presenza di comunità aperte, trasversali, transnazionali.
Quanto alla musica del Novecento essa rimane in larga parte un secolo
di musica tutto ancora da (ri)vivere, un patrimonio di grandissima importanza
che credo lascerà emergere come la musica sia stata in questo secolo,
non solo "salubremente" l’arte meno incline alle derive
concettualistiche, ma anche uno dei pilastri e dei punti di riferimento
più solidi della nostra cultura.
Nell’alveo del postmoderno è giusto che si intonino, modestamente
e perifericamente, dei controcanti; giusto forse per rilevare che con
la scusa di legittimare le culture pop si è finito subdolamente
per trasformare quella che Bortolotto chiama una cultura di élite in una
emarginata sub-cultura, o peggio in una colonia del senso comune.
"Quel che resta del secolo"
ne Il giornale della musica, anno XVI, n. 156, gennaio 2000. |