Alcune considerazioni sulla situazione artistica
e musicale del Teatro alla Scala di Milano
Molti lettori e visitatori di "Orfeo nella Rete" si saranno
chiesti come mai la nostra rivista dedichi così scarsa attenzione nei
confronti del più prestigioso ente lirico italiano, il Teatro alla Scala
di Milano. Una possibile risposta potrebbe venire da questa semplice considerazione:
i grandi mezzi dinformazione italiani garantiscono già una poderosa
copertura degli "eventi" che si celebrano in quel teatro. Tutte
le produzioni sono ampiamente preparate e documentate e il successo di
ognuna di esse puntualmente decretato. Lo stile di "Orfeo nella Rete"
non vuole essere alternativo per partito preso, ma non è neppure quello
di accodarsi al carro del vincitore. La nostra rivista si dedica, per
scelta editoriale ed ideologica, a quegli spettacoli che meritano una
particolare attenzione, o perché di oggettiva rilevanza, o perché scarsamente
coperti dal sistema dinformazione e dalla critica musicale italiana
(ad esempio, "Orfeo nella Rete" è stato presente alla Scala
per il festival dedicato a György Kurtág). Lappassionato di musica,
frastornato e saturato dalla grancassa che sottolinea ogni prodezza organizzativa
e musicale del teatro milanese, può trovare nelle nostre pagine web
lo spazio per dedicarsi ad un approccio meno sensazionalistico e più ponderato,
oltre che uninformazione, per quanto possibile, completa: per questo
motivo, vista la politica fortemente immobilista che contraddistingue
lattuale gestione della Scala, è assai probabile che il nostro sito
continui a non tenere in grande considerazione ciò che avviene nel "più
importante teatro lirico del mondo".
Tuttavia, parlando oggi della Scala, non si può tacere su un problema
assai più significativo, che sembra essersi manifestato con maggiore evidenza
in occasione della recente produzione della Forza del destino di
Verdi. Al di là delle lusinghiere critiche comparse su quasi tutti i quotidiani,
lo spettacolo ha mostrato diverse incertezze che, a parte alcune riserve
sulla prestazione del tenore José Cura, sono state per lo più ignorate
dai benevoli recensori, così come sono passate sotto silenzio le disapprovazioni
provenienti dal loggione. Ed il fatto che il giorno dopo la prima recita
di questa Forza del destino sia stata misteriosamente oscurata
dalla Rai la trasmissione di Radiotre "La Barcaccia" (notoriamente
poco condiscendente nei confronti della Scala) è un dato che riportiamo
senza bisogno di alcun commento. Notiamo invece che proprio nel rapporto
con i media la Scala sembra tradire alcune crepe nel suo apparentemente
solido edificio di istituzione al sopra delle critiche e dei "fiaschi":
non è altro che la conseguenza di un problema più generale che non riguarda
solo le scelte musicali ma anche le premesse organizzative e politiche
dellattuale gestione, che fatalmente si riflettono nellimmagine
stessa del teatro e che si nascondono dietro ogni programmazione artistica
e ogni interpretazione. Una situazione tuttaltro che solida, che
in un articolo intitolato "Il denaro non può comprare lintegrità
artistica", pubblicato in occasione della recente Forza del destino,
lautorevole "Financial Times" non ha esitato a definire
di "bancarotta culturale", sottolineando tra laltro che
se è vero che il coro e lorchestra della Scala "sanno ancora
come eseguire Verdi meglio di chiunque altro" sembra tuttavia che
le compagini scaligere "si esprimano in un totale vuoto artistico".
La Scala, lo sappiamo, ricopre da più di due secoli un ruolo di assoluto
rilievo nella vita musicale del nostro paese ed è uno dei simboli più
prestigiosi della cultura italiana allestero. Questo semplice dato
di fatto è però il frutto di una lunga tradizione che il teatro si è faticosamente
costruito rappresentazione dopo rappresentazione in un clima di apertura
e di desiderio di costante confronto. Tuttavia, negli ultimi anni, la
Scala sembra essersi arroccata nella sua posizione di privilegio, trasformando
quella straordinaria tensione tra tradizione e rinnovamento che ne aveva
contraddistinto la storia più recente dal dopoguerra alla metà degli anni
ottanta, in una stucchevole autocelebrazione della propria immobile, sacrale
intoccabilità. In questo modo, ciò che avviene allinterno della
sala del Piermarini ha cessato di essere oggetto di esperienza estetica
viva, di dialogo costante tra passato e presente, e di conseguenza si
è affievolita anche la crescita culturale ed umana del teatro e del proprio
pubblico. Anche per questa ragione la Scala sembra vivere, in rapporto
alla realtà sociale, una pericolosa dicotomia. Da una parte il teatro
è parso ben adeguarsi ai mutamenti della struttura economica del mondo
dello spettacolo nella società contemporanea, essendo stato infatti il
primo ente lirico italiano a divenire fondazione e ad inaugurare in questo
modo la gestione di un patrimonio della comunità da parte di gruppi privati;
dallaltro sembra restio ad accettare levoluzione di una società
in cui i nuovi media favoriscono uninformazione sempre più
libera e pluralistica. Siamo di fronte non più ad un problema legato allorganizzazione
e alla gestione delle risorse artistiche ma, purtroppo, ad una logica
che ha a che fare più con quella dei bilanci aziendali che non con la
divulgazione e la trasmissione della cultura. Il motivo per cui ogni produzione
viene ora presentata con laura dellevento imperdibile ed irripetibile
è da ricercarsi anche nella necessità di favorire il "ritorno dimmagine"
agli sponsor.
I principi di questa politica gestionale sembrano peraltro incontrare
una speculare corrispondenza nellincondizionata adesione di Riccardo
Muti alle esecuzioni delle opere nella loro edizione critica, cioè al
principio altamente dogmatico che attribuisce validità di testo unico
e definitivo alla partitura "ripulita" dalle sedimentazioni
interpretative della tradizione, anche per un oggetto musicale strutturalmente
mutevole come lopera lirica. Proprio nella figura del direttore
musicale sembrano riflettersi con maggiore evidenza le cause del rapido
processo di "restaurazione" di cui è stata oggetto la Scala
negli ultimi anni: egli sembra voler rifiutare di rappresentare il punto
di riferimento e di dialogo tra il teatro (il mondo musicale) e le realtà
esterne ad esso (il mondo socio-culturale), ma pretende piuttosto di incarnare
la figura del custode della tradizione melodrammatica italiana, del sacerdote
nelle cui mani sono riposti gli unici principi della sua eseguibilità.
Questo atteggiamento, volto a "congelare" lopera musicale
a mera struttura normativa, si ripercuote in modo inesorabile nel momento
della rappresentazione durante la quale viene sospeso qualsiasi atto comunicativo
ma viene semplicemente celebrato un rituale cui si è chiamati ad assistere
consenzienti e plaudenti: "dimenticate la Forza del destino
- scrive con ironia il recensore del "Financial Times"
quello che conta oggi a Milano è la forza del maestro".
La cieca fiducia nellimmutabilità dellopera musicale è tuttavia
un atteggiamento che nasconde la completa mancanza di coscienza storica
e dunque, paradossalmente, finisce col rinnegare quello stesso luogo di
tradizione entro il quale agisce. Il principio che le opere musicali appartengano
alla storia implica invece la convinzione che il contenuto di tali opere,
anche di quelle più importanti, sia mutevole e tuttaltro che eterno:
di conseguenza, chi fa propria questa convinzione compie una scelta che
individua la necessità di aprirsi verso unesperienza estetica immersa
nella contemporaneità. Lessere aperti al nuovo non significa solo
recepire e divulgare i nuovi linguaggi artistici ma compiere il difficile
esercizio di rendere attuali i capolavori del passato. In questa prospettiva
i concetti di "progresso" e di "tradizione" non sembrano
annullarsi ma muoversi parallelamente come due risvolti della stessa medaglia:
in altri termini, vivere allinterno di una tradizione significa
saper dialogare con le opere del passato ed impegnarsi a vivificarne il
messaggio, attualizzandone i valori estetici ed il contenuto di verità.
Proprio questi principi dovrebbero guidare le programmazioni e le scelte
artistiche di unistituzione culturalmente importante come la Scala,
il cui dovere morale nei confronti della comunità andrebbe individuato
nel rendere partecipe il proprio pubblico di tale dialettico ed affascinante
incontro tra passato e presente, poiché di tutti è il patrimonio culturale
cui il teatro attinge per le proprio produzioni. Purtroppo, lattuale
direzione musicale della Scala appare governata da ben altre motivazioni:
chiusa nella propria aura di privilegi inviolabili, occupata a non scontentare
lo sponsor di turno e convinta della presunta immutabilità e astoricità
dei testi musicali, tradisce dietro tali atteggiamenti la mancanza di
un progetto artistico ed interpretativo credibile e moderno, che è ben
lontano dal saper cogliere questo significato "aperto", dialogico
e costruttivo del concetto di tradizione. |