Piacere poietico e virtuosismo
Il piacere per la creazione e per l'esecuzione è stato
sottolineato non solo dalla scuola fenomenologica, ma anche dall'antropologia,
che ha osservato in varie culture come artefatti di elaborata
e raffinata fattura non fossero poi affatto fruiti estesicamente,
cosa che lasciava intendere che la motivazione della loro costruzione
risiedesse nel piacere provato nella loro creazione e costruzione
materiale [Boas 1927; 1940; Lévi-Strauss 1993]. È
stato Boas, come ha rilevato Schaeffer [1996, 46], a mettere in
luce come questo piacere del creare, proprio all'arte primitiva,
trovasse un corrispettivo analogo "nel tour de force
di un virtuoso" [Boas 1940, 592]. Ora, è indubbio
che il virtuosismo sia una questione estetica di grande interesse;
infatti, abbiamo un artista che gode del proprio saper fare in
atto, che, spinto fino a esaurire il possibile dell'umana esecuzione,
simbolizza lo status dell'artista stesso e l'assolutezza del suo
valore. L'opera realizzata finisce in secondo piano rispetto all'esecuzione,
la quale - direbbe Goodman [1968] assume uno statuto di opera
autografica autonoma. Ma ciò che è ancora più
interessante è che il piacere ricettivo sembra derivare
da una prensione estesica del processo in atto dell'esecuzione,
e anzi l'esecuzione come opera in sé può alla fine
essa valutata come non particolarmente memorabile (il che dimostra
come piacere e giudizio sono prospettive alquanto differenti rispetto
all'arte, anche se poi, nella narrativizzazione della propria
vita, si possa cercare di ricostruire un loro legame motivato).
Tuttavia, dobbiamo precisare ancor meglio la natura di questo
piacere per il processo esecutivo virtuosistico; il fruitore sembra
godere estesicamente dello sforzo intensivo che dà corpo
sensibile all'opera, ossia del ritmo preciso e disinvolto proprio
del gesto che dà carne alla partitura, la quale funge solo
da testo generativo che attiva strutturalmente un'esplosione di
energia creatrice (evidentemente controllata e non solo pulsionale).
Ma bisogna fare attenzione a non confondere il virtuosismo con
il mero funambolismo esecutivo. Nel virtuosismo ogni tratto esecutivo
non ha il tempo di essere desiderato (anche la pausa sopraggiunge
come gesto inaspettato), per via di un'anticipazione o di un'infrazione
euforica dell'intercorporalità (Husserl), del ritmico
e abitudinario giungere a realizzazione del gesto, anticipazione
o infrazione che restituisce anche il tragitto che ha condotto
a questa realizzazione imprevista, che simbolizza eminentemente
lo sforzo, l'intensità, lo spessore affettivo che è
lo sfondo della sua stessa possibilità, della sua pregnanza
espressiva. Il virtuosismo è immediatamente connessione
sensibile, intropatica, perché è techné
introiettata, saper fare delegato al corpo; naturalmente stiamo
parlando di virtuosismo come esibizione massima di quella grazia
del gesto di cui parla Bateson, e non certo di una prestazione
semi-sportiva di sfoggio di resistenza o di agilità muscolare.
E nemmeno di un virtuosismo dandistico in cui si insegue la massima
sofisticazione nell'allestimento di qualcosa. Stiamo parlando
di una versione implicitamente valorizzata di virtuosismo, ma
che non è nostro interesse difendere, quanto discriminare.
Ci si può chiedere infine se il virtuosismo di cui stiamo
parlando possa avere lo stesso effetto estesico, ossia garantire
un'analoga esperienza estetica in tutte le arti. Il problema è
alquanto complesso tanto che si dovrebbe qui sventagliare una
casistica non solo attraverso le varie arti, ma che perlustri
anche la difformità di forme proprie a ciascuna. Ci limitiamo
quindi a qualche rilevazione superficiale. In generale possiamo
sostenere che l'efficacia estesica (in ricezione) del virtuosismo
è propria delle performance artistiche dal vivo
(l'esecuzione di una sonata, una prova attoriale, ecc.), dove
la temporalità dell'esecuzione e quella ricezione sono
simultanee. Questa precisazione però ci fa comprendere
come nel caso di una registrazione o di tutte quelle arti in cui
la temporalità del processo di manifestazione del testo
coincide con quella del processo ricettivo, l'effetto del virtuosismo
rimane intatto. Tuttavia, non ci si può arrestare di fronte
alla domanda se effetti comparabili non possono presentarsi quando
si percepisce del virtuosismo in un romanzo o in un quadro. Credo
che a questo proposito si possano prendere due posizioni; la prima
considera il virtuosismo come un tour de force nell'articolazione
del piano enunciazionale; il secondo considera le tracce dell'enunciazione
come un segno del virtuosismo che è stato necessario per
l'esecuzione materiale dell'opera. La prima si confà maggiormente
alla letteratura, a uno spartito; la seconda maggiormente alle
arti plastiche, per esempio. Due osservazioni da corollario: la
descrizione in termini enunciazionali è generalizzabile
a tutti i casi di virtuosismo (almeno se si prende in considerazione
una semiotica in grado di rendere conto della semiosi in atto
[Fontanille 1999]); in secondo luogo - osservazione meno tecnicistica,
ma certo apparentemente più decisiva - nel caso di un quadro
o di un libro il virtuosismo è colto tendenzialmente più
con un atto di valutazione, di giudizio, che come sensibilizzazione
mediata da una ricostruzione mentale dell'atto creativo. Nel caso
della letteratura l'atto creativo non è manifesto, quindi
non intersoggettivo; nel caso della pittura bisogna ricorrere
a quel espediente esemplificativo di documentare la genialità
della "mano" di Picasso nell'esecuzione di un quadro.
Eppure, abbiamo detto "tendenzialmente", perché
dietro ogni spartito troviamo la competenza di un "orecchio",
di un modo di ascoltare, così come in ogni quadro la competenza
peculiare di un "occhio", tant'è che nella prensione
di un testo una tale competenza si fa nostra, aprendo una trasformazione
eventuale della nostra stessa competenza di fruitori. Ma tutto
ciò rimanda più a un sapere percettivo che a un
saper fare tecnico-esecutivo, cosa che se non vieta che si possa
continuare a parlare di virtuosismo, si userà forzatamente
il termine in modo diverso da quello che gli abbiamo qui riservato.
Bateson, Gregory1972 Steps to an Ecology of Mind,
Chandler Publishing Company; trad. it. Verso un'ecologia della
mente, Milano, Adelphi, 1976.
Boas, Franz1927 Primitive Art, New York, Dover,
1955.
Boas, Franz 1940 Race, Language and Culture, New
York, Macmillan.
Fontanille, Jacques1999 Sémiotique du discours,
Limoges, PULIM.
Goodman, Nelson1968 Languages of Art, London, Bobbs
Merrill; trad. it. I linguaggi dell'arte, Milano, Il Saggiatore,
1976.
Lévy-Strauss, Claude1993 Regarder, écouter, lire,
Paris, Plon; trad. it. Guardare, ascoltare, leggere, Milano, Il
Saggiatore, 1994.
Schaeffer, Jean-Marie1996 Les Célibataires de l'art,
Paris, Gallimard. |