LE COPERTINE DELLA MUSICA CLASSICA
Ovvero: Piuttosto perdonare un brutto piede che delle brutte calze!
(Karl Kraus, Detti e contraddetti)
di Silvano Santandrea
Prima parte

"A inventare sono capaci tutti, ma è copiare che è difficile", diceva Totò mentre era intento a falsificare un quadro. Questa frase calza a pennello anche per quello che riguarda la politica che le grandi case discografiche perseguono nella produzione delle copertine dei CD di musica classica. Al contrario della musica rock, qui nessuno inventa nulla, si copia a piene mani dall'arte antica, soprattutto dalla pittura, dalla scultura e dall'architettura. Quadri, disegni, stampe, statue, vetrate, ma anche arazzi, codici, partiture, miniature, chiese, piazze e palazzi finiscono sulle copertine dei CD.
Si utilizzano le opere di più o meno grandi pittori, scultori e architetti ma ci si copia anche spudoratamente l'un l'altro senza alcun ritegno. Spesso infatti le stesse immagini vengono utilizzate da tutte le case discografiche. Tutto va bene per tutti. La musica classica per le majors non è evidentemente ritenuta un genere sul quale investire e neppure sufficientemente degno di essere trattato da artisti che creano ex novo, ma anche e soprattutto un genere serioso e muffo, refrattario a qualunque innovazione e fantasia.
La fantasia mettiamocela noi e proviamo ad associare le copertine fantasiose del rock alla musica classica. Immaginiamo:

la copertina di Umma Gumma dei Pink Floyd (Hipgnosis 1969) per i Sechs Haydn-quartett di Wolfgang Amadeus Mozart eseguiti dall'Alban Berg Quartett,
quella di Atom Heart Mother (Hipgnosis 1970) sempre dei Pink Floyd, per Eine Alpen Symphonie di Richard Strauss,
la copertina di Abraxas, (Mati 1970) di Santana per le cantate dell'avvento di Johann Sebastian Bach.
Mettiamo la copertina di In the court of the Krimson King (Barry Godberg 1972) dei King Crimson ad un recital di Luciano Pavarotti;
e spostiamo quella di Hot Rats (Cal Schenkel 1969) da Frank Zappa ad un recital di Cecilia Bartoli.
Sgt. Peppers dei Beatles non andrebbe bene per l'ottava sinfonia di Gustav Mahler?
The Velvet Undergrond (Andy Warol 1965) la assocerei al Guarany di Carlos Antonio Gomes.
e, sempre dei Velvet Underground, Live del 1974, magari a La traviata, perché nella vita è anche questione di culo, oppure al Ring, perché per fare un'opera così bisogna farsi un culo così.
Una copertina qualsiasi degli Iron Maiden non sfigurerebbe per Una notte sul Monte Calvo,
Rane supreme di Mina sarebbe perfetta per un recital wagneriano di Birgit Nilson,
e The division bell dei Pink Floyd del 1994 potrebbe essere adatta per un recital di duetti rossiniani Caballé-Horne,
Qualche imbarazzo ce l'avrei per Lovesexy di Prince, ma solo per non alimentare voci maliziose su qualcuno.

Se essere originali nelle copertine dei CD di musica classica è assodato sia impossibile, saper copiare è dimostrato essere ancora più difficile. A giudicare da quel che si vede, l'impegno e la ricercatezza dell'immagine nella musica classica sono generalmente consone all'investimento, indubbiamente basso, che ogni casa discografica stanzia allo scopo. Tanto non è certo la copertina che conta e che deve invogliare all'acquisto. L'acquirente della classica guarda e cerca ben altre cose, quindi perché impegnarsi ed investire più di tanto?
Qualcuno si stacca da questo cliché creando uno stile del tutto personale, ricercato e riconoscibilissimo al punto da entrare nel lessico degli audiofili col nome di: genere ECM.

Ma è un caso sporadico, nella maggioranza le copertine di classica si possono raggruppare in sei grandi filoni:

1. il quadro o l'opera d'arte;
2. l'interprete;
3. l'autore;
4. lo Zen e l'arte della manutenzione della motocicletta, ovvero: non c'entra una mazza;
5. le alzate d'ingegno;
6. le concordanze e le tautologie.

Silvano Santandrea

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