IL PROMETEO DI NONO AL CORRIERE DELLA SERA
NOTE ROSSE A CURA DI HOJOTOHO

Elzeviro, Il Prometeo di Nono
Signori e signore la musica è finita
(Gli amici se ne vanno che inutile serata amore mio)

Sabato sera, in una sorta di capannone industriale della periferia milanese (proprio un postaccio), tutto irto di impalcature metalliche ove ornamentali ove reggenti un numero imprecisato di aeree pedane, cantorie nell’intenzione, simbolica, della Basilica di San Marco, cantorie a ospitare complessi vocali e strumentali e diffusori elettronici di suono che del pari non siamo riusciti a contare: sabato sera, dunque, con l’allestimento del Prometeo s’è avuta la serata cardine del Festival dedicato al defunto compositore Luigi Nono ("mi sono informato, lo so che è morto, cosa credete"). A una penna brillante sarebbe facile confezionare un articolo trascorrente dall’amaro sarcasmo al fescennino("figuratevi se non ne sarei capace, è che non voglio"): basterebbe raccontare che cosa le orecchie hanno ascoltato, che cosa gli occhi veduto. In realtà, da ridere non c’è niente (perché avrebbe dovuto esserci qualcosa da ridere?). Nono era un, a dir così, musicista, di modeste doti artistiche ("e se ve lo dico io ci potete credere"), sorretto (lui) dall’arroganza e dal fanatismo (dal partito no?). Si sentiva investito di un mandato messianico insieme musicale e politico (ma perché non ha il coraggio di scrivere che era "cialtrone comunista"?). Si definiva, ovviamente, un «intellettuale» ed era un prototipo dell’«impegnato», il primo sostantivo incorporando, per soggetti della sua risma, il secondo, del tutto naturaliter (che giro di parole per dire che era politicamente impegnato come si diceva anni addietro – certo sarebbe meglio che tutti gli artisti fossero invece apoliticamente disimpegnati, l’ideale artistico potrebbe essere la signora Moira Orfei che una volta dichiarò candidamente "sono apolitica, per questo voto D.C."). Era il vero intellettuale di potere (ma se era comunista di che potere parla, deve avere le idee un po’ confuse), in questo strano mondo ove ognuno si ricopre di pelle aliena (che schifo) e quindi l’artista e l’intellettuale, con rispetto parlando, o l’artista in quanto intellettuale, sempre con rispetto parlando, sono i servi perfetti del potere (parlando solo di artisti salva così la categoria dei giornalisti), del potere sono anzi la stessa incarnazione, eppure godono dei vantaggi di chi si finge contro (non è possibile! Anche la prassi del dentro-contro tira fuori, erano almeno 25 anni che non se ne parlava più) . Il solito giuoco delle parti.

Tutta la produzione di questo astuto interprete d’una figura tipica della nostra società (di tutta la nostra società o solo del fu P.C.I.?) fu mera operazione di potere (…di nuovo). Il contenuto artistico, a dir così, delle di lui composizioni è meramente sussidiario rispetto al messaggio extramusicale ("se avessi studiato un po’ più di estetica musicale e un po’ meno il latino da citazione non farei questa plateale confusione tra e ") che l’opera, sorta di scolastica, pedante e rudimentale scomposizione del suono (non di «note»), affatto fungibile, ha il mero compito, col materiale suo esistere, di sostenere (come è noto Berlinguer, Ingrao e Paietta imponevano ad ogni militante comunista di intonare in coro, col baschetto in mano, un’ora prima dell’alba ed una prima del tramonto, "Il canto sospeso" con lo sguardo rivolto a Venezia, e prima di iniziare il turno in ogni fabbrica venivano diffuse le note (o i suoni?) de "La fabbrica illuminata").

Adesso un possente gruppo di potere (probabilmente una frangia irriducibile del KGB) riesuma la prima esecuzione del Prometeo nell’ambito del Festival che organizza. Le cifre che esso sarà costato sarebbero servite per iniziative di educazione musicale (quante belle "Maria Egiziaca", "La fiamma", "Silvano", "Belfagor", si sarebbero invece potute realizzare, oppure un bel convegno su Respighi, Martucci e la "vera" musica italiana del Novecento, o un bel seminario sull’esaltazione dell’eroe wagneriano come baluardo contro l’invasione degli intellettuali impegnati). Il gruppo di potere rievoca con questo Festival il passato esercizio del potere stesso e insieme ritualmente celebra se medesimo. Siamo tutti grati al maestro Riccardo Muti che, più intelligente, lungimirante e colto di chi scrive, sa vedere nella produzione di Nono un vertice musicale, (ma questa è una chiara contraddizione, se Nono è assodato essere un cialtrone asservito al potere come può l’Eccelso Infallibile Maestro vedere nella sua produzione un "…vertice musicale"?)e assevera questo suo pensiero col presiedere al gruppo di potere, che è denominato Milano Musica (perché non facciamo i nomi?). Ne vada fiero (povero Muti, una volta che ne fa una buona …). Quanto al Prometeo v’è, in aggiunta all’offesa all’orecchio, quella all’intelligenza: dall’«impegno», Nono, fiutato un futuro mutar del vento, organizza una trasfigurazione verso cieli iperborei e hölderliniani. Lo soccorre l’astuzia del Heidegger dei miserrimi, il sindaco-filosofo Massimo Cacciari ("grazie al cielo il testo è di Cacciari che mi sta sulle balle perché non ho mai capito quello che dice quando parla in tedesco e in greco, così posso dirgliene su quattro a lui e a Heidegger che ho provato a leggere ma non ho capito una mazza neanche di quello che dice lui; col sindaco-macellaio me la prenderò forse più avanti, ma sarà più difficile che presti il fianco con trovate come quella milanese"), che tratta l’ur- e gli etimi come il giuocatore delle tre tavolette le medesime. Ecco quale autorappresentazione culturale Milano offre di se stessa (e per fortuna Strehler è morto, Dario Fo sta a Cesenatico e Claudio Abbado è a Berlino). Nell’ambito del pubblico, personalmente proviamo meno pena per i presenti di malafede che per gli sventurati di compunta buonafede ("voglio dire che se ci sei andato sei sfigato ma se ti è anche piaciuto sei proprio scemo") Il sottotitolo del Prometeo recita: La tragedia dell’ascolto. E la tragedia dell’ascolto sta esattamente in ciò ("state attenti che ve lo spiego io che ho fatto gli studi classici"). Il sistema percettivo o del pubblico attuale tanto in senso neuro-fisiologico che sociologico, è a tal punto divenuto incapace di distinguere il linguaggio da ciò che linguaggio non è ma semplice aggregazione di suoni, che il pubblico del Prometeo lo ascolta come se fosse Brahms o Schönberg (perché come dovrebbe ascoltarlo?). Fosse in malafede salveremmo almeno la decenza ("e invece no, porco cane, è anche in buona fede"). Purtroppo è vero il contrario. Il pubblico attribuisce in buona fede un senso linguistico a Nono: ciò certifica che con altrettanta buona fede esso, se per avventura ascolti Brahms o Schönberg, non attribuisce loro senso alcuno ovvero uno immaginario per processo analogico, ab extra, diresti onomatopeico ("attenzione perché vi spiego le vostre idee con un ardito sillogismo. Oltre che essere nella testa di tutti gli spettatori sono anche un otorino"). Percepisce il linguaggio come non-linguaggio (ma qualsiasi sprovveduto è in grado di capire che il linguaggio di Brahms non è lo stesso di Schönberg e quello di Schönberg non è quello di Nono. Un conto è il linguaggio, un conto è la sintassi, ma, guarda caso nei tre compositori citati è diversa anche quella). Col che si prova che la musica, anche solo come esperienza storica e sociale, è finita (Why? Pecchè? Rimane quello che è sempre stata dal settecento in poi cioè un’esperienza estetica e come tale è anche storica e sociale). Questo articoletto, pleonastica precisazione, verrà dagli esercenti la malafede inteso come inaudito stupro alla sacralità della Cultura (pur da esercenti la malafede quali siamo non ce ne potrebbe fregare più di tanto). «Avvertimenti», delazioni, denunce, pioveranno sui superiori di chi scrive (ubi maior minor cessat). Sappiano i coraggiosi che tanto praticarono, praticano e praticheranno che chi scrive ritiene di aver campato abbastanza (?)e che prova disgusto «propter vitam» a «vivendi perdere causam» (ce ne guardiamo bene dal prendere qualsiasi iniziativa perché oltre che essere vili non abbiamo neanche fatto il classico noi).

Paolo Isotta (Mild und leise)
Da «Il Corriere della Sera», martedì 7 novembre 2000

Associazione culturale Orfeo nella rete
http://www.orfeonellarete.it/
info@orfeonellarete.it
Designed by www.soluzioniweb-bologna.it