Il Requiem di Verdi
diretto da Muti a Gerusalemme
Lo scenario che appare in TV somiglia molto al
set di 2001 Odissea nello spazio, quando in uno scavo sul fondo di
un cratere lunare viene rinvenuto un immenso monolito nero, simbolo di una
conoscenza superiore che trascende l’umano. In questa serata Muti sembra
quello stesso monolito in frac.
È lui il simbolo del
sovrumano calato in quei luoghi sacri per testimoniarci con la sua
presenza allarmante l’essere ed il sapere di una potenza superiore. È
perfettamente calato nella parte fino a crederci, il vero spettacolo come
sempre è lui. Il regista lo sa e gli dedica quasi tutte le riprese. I
cantanti, decisamente superiori le signore Frittoli e Urmana rispetto ai
signori La Scola e Prestia, l’Orchestra ed il Coro del Teatro alla Scala
di Milano sono l’argilla che il grande Maestro plasmerà per creare un
altro dei suoi insignificanti capolavori.
Questa sera la sua
espressione è particolarmente più ispirata del solito, sarà perché
calca questi luoghi sacri sia per il mondo orientale che per quello
occidentale, ma sembra in contatto medianico col divino e in odore di
santità. Gli occhi costantemente chiusi, lo sguardo rivolto al cielo
assume l’espressione assorta come nell’estasi di Santa Teresa del
Bernini, non si sa se emani anche profumo di violette ma il capello appare
stranamente sciupato e malamente tinto.
Le telecamere volteggiano a
lungo sopra lui, l’orchestra ed il coro in questo immenso scenario
durante il Kyrie. Nel Dies Irae le percussioni e gli ottoni
vengono come al solito impegnati allo spasimo, le trombe sono ubicate
ovunque per produrre effetti stereo e 4D, Muti è come Mosé che ci mostra
le tavole della legge, ieratico, il volume è altissimo per farci capire
bene la potenza e l’ira dell’Altissimo nel giorno del giudizio, ma
quando c’è un crescendo in partitura, l’orchestra, purtroppo, non può
suonare più forte di quanto stia già facendo e tutto s’impasta, si
sgonfia e non sortisce alcun effetto.
Il suo Requiem è tutto così,
tutto uguale, piatto e sgonfio, va bene che è un Requiem, ma non c’è
vita. All’Ingemisco la noia è giustamente mortale. Purtroppo
quell’argilla in mano al grande Capomastro si riduce come la plastilina,
prendetene di tutti i colori, mescolatela assieme e viene fuori quel color
marroncino indefinito e uniforme, questo è quanto scaturisce da tutto ciò
che crea il Maestro. Alla ripresa del Dies Irae tutto si rianima di
colpo e la sua espressione da estatica passa ad assatanata per ritornare
in odore di santità al Lacrimosa, muggita più che cantata da
Giacomo Prestia, ma come vuole l’iconografia classica nel presepe oltre
l’asinello c’è anche il bue.
Il Maestro appare
soddisfatto, molto soddisfatto ed il suo gesto più che indicare un
attacco all’orchestra appare come una benedizione. Nel silenzio che
precede l’Offertorio si ode l’abbaiare ripetuto di un cane in
lontananza, chissà se debba essere interpretato come un segno? Il Sanctus
sembra una sagra paesana alla buona sull’aia ma in questo caso c’è
da dire che molta della responsabilità è nel manico (Verdi) ma non
importa, lui il Maestro ci dà ugualmente dentro. Nell’Agnus Dei il
coro sembra quello di un gruppo di fedeli in pellegrinaggio verso Lourdes
e piuttosto sgangherati sono anche orchestra e solista. Nel Lux aeterna
i soli, da soli senza orchestra e coro, sono inascoltabili, tirano da
tutte le parti brancolando nel buio, purtroppo la luce eterna, impegnata
altrove, non è scesa su di loro per illuminarne il cammino ed il Maestro
è assorto in ben altre riflessioni più elevate per pensare a soccorerli.
Libera me, lo spero anch’io e prego che tutto finisca il più
velocemente possibile, nello sguardo del Maestro il senso di onnipotenza
è ormai assoluto: i sui attacchi sono degli affreschi michelangioleschi
come quelli della Cappella Sistina, la sua mano è come quella del
Creatore che sta per toccare quella di Adamo e dargli il ben
dell’intelletto.
E il capolavoro è compiuto
e Gerusalemme è liberata dal Maestro e dall’Orchestra e Coro del Teatro
alla Scala di Milano. Al ministro Melandri, inquadrata dalle telecamere,
in pellegrinaggio di penitenza e riparazione per lo sgarbo del 7 dicembre
vorremmo ricordare che in contemporanea a Parigi e Londra si stanno
svolgendo i campionati europei di basket e gli internazionali di tennis di
Wimbledon, eventi atletici altrettanto degni di quello di Gerusalemme che
però possono essere visti solo a pagamento da chi è possessore di TELE+,
a noi poveri mortali vengono invece imposte gratuitamente queste prove di
resistenza per iron-men.
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