I TRE TENORES
Parigi, 10 luglio 1998
Premurosamente sollecitato dagli amici ed in astinenza da
calcio mondiale accendo la TV, lo spettacolo (?) è già iniziato, chissà
che me so' perso! I tenores stanno cantando “Sous le ciel de Paris”,
il paragone col povero Yves Montand è umiliante. Le telecamere intanto
mostrano delle bellissime immagini di Parigi al tramonto. Non avevo
intenzione di assistere a questa mise en place ma a posteriori devo
ammettere che ne valeva la pena. Manca il quarto tenore Metha ma il
sostituto Levine non lo fa rimpiangere. Domingo l'ex bello del gruppo è
in forma smagliante e pieno di fard, Pavarotti sfoggia un disegno di
sopracciglia degno di Lombroso e Carreras sorride sempre e ne ha ben
d'onde.
Il repertorio se si può è più melenso del solito,
l'occasione parigina è troppo grassa per rischiare qualche cosa di un
filo più raffinato. L'idea berlusconiana dello spettacolo qui è elevata
alla massima potenza: il pubblico vuole il peggio? Diamoglielo! Il tutto
avviene sotto la Tour Eiffel, se cadesse adesso sarebbe un coup de théâtre
superbo, e tanto liberatorio. Bisogna riconoscere che i francesi sono
stati bravi ad organizzare contemporaneamente senza sovrapposizioni il
Roland Garros, il mondiale di calcio, un gran premio di F.1, i tre tenori
e il Tour, tutto fa spettacolo e soldi. Siamo a “Parlami d'amore Mariù”,
un capolavoro, il finale è degno di tre coyotes delle praterie. Mi chiedo
perché non organizzano un concerto simile in Barbagia, gli danno una
paccata di soldi li vestono da mammutones e gli fanno cantare accompagnati
da launneddas, un mito, questo è spettacolo.
Dopo la pubblicità i tre dell'Ave Maria cantano uno alla
volta, non so se è meglio o peggio. Pavarotti canta “Caruso”, mi
spiace per lui e per noi ma la canta molto meglio Dalla, e in seconda
istanza, Anna Oxa; il finale è addirittura straziante, non per il
sentimento che ci mette che la rende ridicola, ma per le nostre orecchie.
Ci mancava anche il balletto del pitone dal Samson, Bibi, e Bibo e Capitan
Cocoricò riposano mentre la scena è tutta del sor Pampurio Levine, che
anche lui vuole la sua parte, di soldi. La serata ha quasi raggiunto il
culmine, ed io anche.
Su Parigi intanto è scesa la notte, sui tre già da un
pezzo, loro se ne rendono conto e Pavarotti ne approfitta per cantare
“Nessun dorma”, io quasi. La canta bene e mi sveglio. Passano al
repertorio napoletano, la pronuncia del Pava è mitica se lo ascoltano a
Forcella gli fanno “u'strascino”, molto meglio quella di Carreras che
proviene dai quartieri spagnoli. Il pezzo americano che precedeva “Core
'ngrato” mi ha devastato. Il mio stomaco ha un fondo, il loro conto in
banca no. Peccato che oltre alle canzoni napoletane non abbiano in
repertorio anche qualche Jodler, li vedrei bene vestiti da tirolesi con su
le braghine di cuoio e l'edelweiss ricamato sulla pettorina improvvisare
la danza dello schiaffo. Sarebbe bello invitarli alla cerimonia di
consegna del premio Nobel vestiti da Sante Lucie con la coroncina di
candele accese in testa a cantare “Sul mare luccica” o vederli in
Turchia esibirsi come Dervisci Danzanti, o cantare in Vaticano davanti al
Santo Padre vestiti da guardie svizzere. Per ora accontentiamoci di:
“Core 'ngrato” che chiudeva il concerto ufficiale, forse los tres
caballeros daranno dei bis. Bis! “A Marechiaro” in perfetto dialetto
modenetano sembrava lo sforzo di chi in certi frangenti pur non usando
purghe conclude per il meglio. Domingo ha anche il coraggio di eseguire
“Amapola” e con una standing ovation Qui, Quo, Qua danno i tre botti
finali come nei fuochi d'artificio, ci sparano in serie: “O sole mio”,
“La donna è mobile” e “Torna a Surriento”.
E' la fine, l'orgasmo, il pubblico impazzito se despierta
para verte ma i tre ormai satolli di fama, gloria e denaro ci danno
su e chi s'è visto, s'è visto. Ti saluto Menega e spengo la TV, stanco
ma felice.
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