Maurizio Pollini

Nato a Milano nel 1942 Maurizio Pollini cresce nell’ambiente del razionalismo architettonico italiano di cui il padre Gino era esponente. Questo clima culturale, che contribuisce a fare di lui un ragazzo curioso ed attento ad ogni espressione artistica e che sarà determinante nella sua formazione intellettuale, sfocia nell’interesse per la musica anche grazie all’influenza dello zio materno, lo scultore Fausto Melotti, personalità eclettica che ebbe grande importanza sugli anni giovanili del nipote. Questo clima artistico aperto non rappresentava sicuramente quella parte di Milano che aveva fischiato il Wozzeck diretto da Mitroprolos alla Scala, partitura di cui, al contrario, Pollini dimostrò di avere già una profonda conoscenza fin dall’età di 14 anni.

Nel 1960, a 18 anni, vince il Concorso Chopin a Varsavia. Crediamo tuttavia che nel caso di Pollini non sia opportuno stilare una comune biografia di un interprete, poiché le sue vicende personali appaiono intrecciate alla storia ed alla cultura degli ultimi decenni. Già i documenti dell’epoca ci parlano dell’eco che la sua vittoria in Polonia ebbe nei mezzi d’informazione; una risonanza oggi sconosciuta, che permette di comprendere come un musicista potesse "crescere" in un ambiente sensibile alla vita culturale.

Dopo Varsavia Pollini volle fin da subito non legare il suo nome a Chopin, ma mettere a punto uno stile che ponesse la tecnica al servizio dell’interpretazione; per questo collocò sempre al centro della sua ricerca l’approfondimento intellettuale della poetica, scegliendo in primo luogo opere che avessero un interesse estetico, storico e compositivo, più che pianistico. Come sostiene Salvatore Accardo, il fraseggio virtuosistico di Pollini non è fine a se stesso, ma ha l’obiettivo di fare apprezzare non la bravura dell’esecutore, ma la bellezza della partitura. Si tratta di un cambiamento di prospettiva: dal culto del pianista ispirato che incanta con la velocità delle sue mani, alla recezione della musica "mediata" da un interprete che pone l’ascoltatore in dialogo col testo e gli consente di riflettere su di esso. Per questo la figura di Pollini si avvicina a quella di un direttore di orchestra: non a caso ci sono stati alcuni suoi tentativi, non sempre riuscitissimi in questo senso, il più celebre dei quali fu la prima messa in scena in epoca moderna de La donna del Lago di Rossini a Pesaro. Questa esperienza testimonia il suo desiderio di ricerca e soprattutto il metodo di lavoro "per progetti", alla base del quale c’è il desiderio, condiviso con molti altri interpreti, di rendere attivo l’ascoltatore e dare alla musica la giusta importanza nella vita sociale e culturale di una civiltà.

Così verso la metà degli anni Novanta nasce il "Progetto Pollini", presentato ormai in diverse città del mondo, in cui il pianista riunisce vari esecutori in una serie di concerti che ubbidiscono sia ad una coerenza in un singolo programma, sia ad una logica che corre lungo tutto il ciclo. I legami che si instaurano tra le varie opere non sono quasi mai di carattere temporale; la relazione fra esse spesso vuole dimostrare come un medesimo problema compositivo venga risolto in maniera diversa a seconda dell’epoca in cui l’opera è stata scritta, ponendo così in evidenza la relazione fra musica antica e produzione contemporanea.

Si comprende come in questo tipo di iniziative vi sia un carattere divulgativo. L’impegno sociale di Pollini nasce dalla musica stessa che assume un valore etico ed educativo e non può essere un momento di svago per la società borghese. Essa invece è specchio di determinati meccanismi sociali ed ha una forza espressiva che può e deve permettere la presa di coscienza e l’emancipazione del pubblico popolare e dei giovani. Sulla base di questi principi Pollini contribuì alla costituzione di iniziative importanti come concerti per studenti e lavoratori, iniziativa che fu fra le più significative della Scala di Paolo Grassi e Claudio Abbado. Si devono ricordare anche i concerti delle fabbriche e "esecuzioni e analisi" nei piccoli paesi vicino a Reggio Emilia nell’ambito di Musica / Realtà dove vide al suo fianco Luigi Nono e ancora una volta Abbado.

Il desiderio di far comprendere al pubblico la musica del nostro tempo è stato vivo in Pollini fin dalla giovinezza. Sono nate anche per questo grandi collaborazioni con importanti autori del secondo dopoguerra, come Boulez, Stockhausen e Sciarrino, ma soprattutto con Nono. Nella realizzazione del nastro magnetico e nella composizione di … sofferte onde serene …, ad esempio, il musicista veneziano ha quasi "esasperato" lo stile e quella forza espressiva che Pollini utilizza anche nel repertorio classico e romantico.

La musica contemporanea è anche una lente di ingrandimento verso il passato: esiste in Pollini un rapporto di interazione fra musica del nostro tempo e repertorio tradizionale non tanto perché Beethoven o Chopin sono visti come una preparazione delle avanguardie novecentesche, ma perché le poetiche della produzione più recente permettono al musicista milanese di leggere e restituire in maniera nuova il materiale considerato "classico". Se ne può avere un esempio nel primo tempo della sonata Waldstein di Beethoven dove la dimestichezza con le opere della seconda scuola di Vienna e post weberniane porta l’interprete ad una precisissima analisi formale del materiale: analisi che fornisce una lettura quasi astratta della composizione. Questa visione riesce nel contempo a produrre una lettura d’insieme unitaria dell’opera e a metterne in rilievo anche i più piccoli elementi. Pollini, grazie alla sua tecnica e alla sua precisione riesce a realizzare questa unità di particolari rendendo scorrevole il discorso musicale. Il musicista milanese attua questa fluidità non solo grazie ad un’esecuzione rapida ed a un ritmo incalzante, ma soprattutto per mezzo di un minuzioso utilizzo delle dinamiche e delle sonorità che gli consentono di iniziare un periodo alla stessa intensità della nota precedente, attendendo che la risonanza scenda fino al punto in cui è possibile attaccare la nuova frase. Pollini quindi è maestro delle attese: se da un lato la sua lettura di una partitura procede per accumulo di tensione, come nelle quattro Ballate di Chopin, dall’altro il suo passaggio dal pianissimo al fortissimo (e viceversa) è un improvviso cambiamento di colore. Le sonorità di Pollini sono molto vive e presenti, ma non occupano tutto lo spazio percettivo e mentale di chi ascolta lasciando degli interstizi e delle pause che favoriscono un ascolto attivo e che permettono alla nota di essere attesa perché non anticipa le aspettative del pubblico anche se il modo in cui giunge non è mai scontato e prevedibile.

Anche per questo non bisogna credere, come troppo spesso si è detto, che il pianismo di Pollini sia fredda e distaccata analisi testuale. Innanzi tutto le sonorità accese che egli usa creano un impatto emotivo molto forte; l’uso particolare delle dinamiche e soprattutto dei colori gli consentono di trasformare un brano in un racconto unitario che crea una tensione che corre lungo tutta la partitura e che dà alle sue interpretazioni un carattere vettoriale simile agli sviluppi beethoveniani. In questo senso nelle letture di Pollini ritroviamo lo stesso modo di procedere "per progetti" che caratterizza la sua attività di musicista: ogni opera che interpreta diviene un progetto così come lo è ogni concerto o ogni iniziativa culturale.

L’espressività è presente anche nelle letture delle opere del Novecento dove la dialettica fra analisi formale e incisività comunicativa è ancora più evidente come in opere dal carattere matematico: si pensi alle Variazioni op. 27 di Webern in cui Pollini riesce a mettere in evidenza tutta la loro forza aforistica. È certo però che il suo stile interpretativo è antiromantico e antiretorico; in questo senso egli fa proprie tutte le esperienze artistiche e culturali del Novecento. Le interpretazioni polliniane nascono dalla musica, da dentro gli spartiti a cui egli, a differenza di altri pianisti, non aggiunge alcun vezzo. Tutte le note hanno il loro giusto valore ritmico, ma si differenziano per colore e quindi per intensità. In questo modo Pollini riesce ad attualizzare le composizioni che esegue attraverso le quali non parla di un autore del suo tempo, ma della nostra epoca. Un esempio emblematico e forse poco noto, è l’interpretazione di Schubert in cui si possono cogliere, non tanto la tenerezza di un Biedermeier, ma l’inquietudine e le lacerazioni che caratterizzarono il compositore viennese e che rimangono valide nella società contemporanea, società che Pollini continua a osservare e commentare nella sua musica.

Stefania Navacchia

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