CATTIVI PENSIERI NATALIZI
Calzinazz e il 7 dicembre 2002

"Calzinazz, di la poesia".
"Il mio nonno fava i matoni, il mio babbo fava i matoni, fazzo i matoni anche me ma la casa mia indov’è?"

Il Maestro e Grande Capomastro dirige (questa volta è toccato al povero Gluck) come il Calzinazz felliniano recita la poesia: stesso sentimento, stesso impegno, stesso risultato. Anche il Maestro ha sempre fatto i matoni ma la casa dov’è? La casa non c’è, non c’è mai stata e non ci sarà mai, non le ha mai costruite. Lui è uno specialista di muri, tramezzi, divisori senza aperture, senza porte e finestre e privi di fondamenta.

Lui è un grande costruttore di impalcature che poggiano sul nulla e non sorreggono nulla, ma i cantieri sono enormi e costosi. Forse per questo non fa più neanche i matoni, adesso costruisce in cartongesso, è più pratico, più rapido, più moderno, più adatto alla periferia della Bicocca. La lunga permanenza milanese gli ha allargato gli orizzonti, gli ha fatto accrescere la frenesia e la concitazione, che già aveva nel patrimonio genetico, ed ha contribuito ad aumentargli lo stress da produzione. Produrre di più e in tempi sempre più ridotti, questo è l’imperativo tayloristico del manager industriale, così il Grande Artigiano è diventato il Grande Industriale passando ai più pratici prefabbricati costruiti in serie e a ciclo continuo. La sua fabbrichetta, è cresciuta indisturbata e sempre protetta dalle crisi del mercato, si è pian piano ingrandita ed è diventata una multinazionale. Si è liberata della concorrenza e di tutti quegli elementi che potevano creare attriti e turbolenze, ha variato le tecnologie, i cicli produttivi e gli articoli, ormai produce di tutto, basta uno stampo e i pezzi diventano migliaia. Così ha conquistato il mercato orientale, in particolare quello giapponese, che è diventato il maggior fruitore dei suoi prodotti, tutti uguali, tutti indistinti, tutti omologati. Mozart, Gluck, Beethoven, Verdi, Puccini, Spontini, un unico stampo e via sul mercato. Tanto, tra anticipazioni e posticipazioni temporali, per il Maestro la scuola è sempre quella napoletana. Le sue direzioni orchestrali sono una macchina del tempo, superano barriere stilistico-temporali di centinaia di anni nell’arco di poche battute viaggiando nell’iperspazio musicale a velocità inimmaginabili. Ma il Maestro ci ha da tempo abituati a queste performances, purtroppo togliendoci il gusto della sorpresa, ormai sappiamo sempre cosa dobbiamo aspettarci, per cui non ci sorprendono più le "tammuriate" beethoveniane, le "tarantelle" mozartiane, gli "intermezzi comici" verdiani e neanche le "arie tripartite" pucciniane. Le locandine della Scala-Bicocca sono ormai concepite come i menù di McDonald, una foto coloratissima dello spettacolo ed il prezzo, poi, così come spetta al cliente di McDonald trovare la differenza tra un cheese burger e un tomato cheese, spetta a quello scaligero-bicocchiano trovare quella tra una Lucia e Le nozze di Figaro, sempre che interessi sapere quello che si sta consumando.

Può anche darsi che l’Arcimboldi non abbia aiutato molto a sollevare le sorti di questo ennesimo sette dicembre di questa Milano ormai bevuta da tempo, ma anche in questo caso la soluzione è a portata di mano, basta prenderla a prestito dal più grande risolutore di problemi dell’Italia contemporanea: "provate a chiamarlo Gran Teatro alla Scala" – et voilà – Se va bene per la FIAT non va bene per la Bicocca ex Pirelli?

Associazione culturale Orfeo nella rete
http://www.orfeonellarete.it/
info@orfeonellarete.it
Designed by www.soluzioniweb-bologna.it