CONCERTO DI CAPODANNO
Vienna, 1 gennaio 2003

Riesco a vedere l’intero concerto in diretta attraverso un canale satellitare montenegrino collegato alla televisione austriaca, uno dei pochi pregi della globalizzazione. Anche quest’anno, come due anni orsono, il concerto di capodanno è affidato alle capaci intuizioni di Nikolaus Harnoncourt, che per l’occasione indossa un completino di una tonalità di grigio indefinibile, con profili in raso lucido e un fioccone al collo, uso scuole elementari, d’identico color. Forse una mise tradizionale a me sconosciuta. Un po’ malignamente cerco di vedere se, diciamo così, per tradizione dei Wiener Philhermoniker, non c’è neanche una donna in orchestra. Ma mi sbaglio, guardando attentamente, un po’ defilata e nascosta scorgo una signora, una violista che di tanto in tanto viene ripresa dalle telecamere, sempre da angolazioni diverse, ma è sempre e solo lei. C’è anche un’altra signora, la seconda arpista, che però entra in scena solo alla bisogna e sempre ben defilata alla vista. Anche i Wiener, ultimo baluardo di maschilismo non sono più loro, si sono dovuti piegare, buoni ultimi, alle direttive CEE sulle pari opportunità, chissà dove andremo a finire. Tra crescendo, galop, rullate di tamburi e colpi di timpano il concerto si dipana con una netta predominanza di musiche della famiglia Strauss, più polke che valzer, nella sala del Musikverein splendidamente decorata con migliaia di fiori, sui toni del bianco e del verde, provenienti da Sanremo. Anche quest’anno non mancano i filmati, sempre di dubbio gusto, che accompagnano le musiche, ma sono di qualità facilmente superiore a quella dei balletti proiettati sui soffitti e sui lampadari della sala, com’era d’uso qualche anno addietro. A differenza del passato si punta più sulle immagini turistiche di residenze, giardini, castelli, monasteri e piccoli borghi di un’Austria tranquilla, pulita e ordinata. Visitiamo così i giardini di Schönbrunn, il Belvedere e il Prater a bordo di eleganti carrozze e solchiamo le acque del Danubio che, a Vienna, blu proprio non è, a bordo di battelli d’epoca a pale. I balletti non mancano, ma vengono eseguiti anch’essi nei giardini, con le ballerine del Kirov agghindate con cappelloni e abitini uso pastorelle di porcellana di Meissen, o nei saloni di dimore nobiliari con i cavalieri in frac, cilindro e fledermaus e le dame in bei vestiti uso Austria felix; ma si sopportano. La prima parte del concerto scorre via piuttosto anonima e formale, priva dei tradizionali scherzi e giochi, d'altronde con l’attuale situazione internazionale c’è veramente poco da scherzare. Nell’intervallo tra la prima e la seconda parte del concerto la TV austriaca manda in onda un documentario, privo di commento, sulla città di Graz, di ieri, di oggi e di domani. Un po’ di pubblicità alla sede che ospita il Festival organizzato, gestito e diretto da Nikolaus Harnoncourt. Scorrono le immagini della città, dei suoi monumenti, dei cantieri e dei progetti dei nuovi spazi dedicati alla musica, uno dei settori su cui l’Austria sicuramente investe maggiormente, c’è chi può permetterselo e chi no, bravi loro che possono e vogliono. Un sottofondo musicale di brani di Lasso, Fux, Schubert, Neuwirth accompagna le immagini. Se il messaggio non fosse sufficientemente chiaro ecco comparire Harnoncourt, in camicia, che cammina tra i vigneti delle colline circostanti Graz e i bandieroni di STIRYARTE.

Anche nella seconda parte del concerto predominano le polke degli Strauss, e sulla Bauernpolka ecco i Wiener e lo stesso Harnoncourt cantare in coro, ma sarà l’unico divertissement della giornata. Nel programma di quest’anno compaiono anche brani di Weber, Berlioz e Brahms. Di quest’ultimo vengono eseguite le Danze ungheresi numero 5 e numero 6, per grande orchestra, un’esecuzione totalmente diversa da come tradizionalmente siamo abituati ad ascoltarle. Harnoncourt ne ha come smorzato la componente "triviale" dando loro una "dignità" sinfonica conservandone però l’aspetto folcloristico, tutte le cadenze di danza, gli accenti zigani, esaltandone la gamma dinamica e la varietà dei tempi come elementi dominanti della narrazione. Una esecuzione che sicuramente può non piacere ma che, per quel che mi riguarda, mi ha affascinato. Il momento migliore del concerto è però giunto con l’esecuzione del Kaiservalzer, splendido, per leggerezza, suono, rubati, timbro, dinamiche, capacità narrativa di cui fino ad oggi credevo capace il solo Carlos Kleiber. L’interpretazione di Harnoncourt e dei Wiener Philharmoniker è stata una rivelazione e una gioia per le orecchie, è incredibile come persone dall’aspetto "normale", alcuni con la faccia da contabile, altri con le manone da salumiere, dirette da un maestro le cui espressioni e soprattutto gli sguardi da invasato sono più proprie di un individuo poco raccomandabile che di un artista, riescano ad eseguire questi brani con tale leggerezza, e pulizia di suono. Il suono dei Wiener è etereo, è come una nuvola che si sfalda, scompare e si ricompone al volere e nelle forme plasmate dal gesto di Harnoncourt. Ascoltarli oggi in questo Kaiservalzer è stata un’emozione, un risultato che è possibile non solo appartenendo a questa musica ed alla vera cultura austriaca, ma anche avendo il coraggio e la capacità di abbandonarsi totalmente ad essa. Il concerto si è chiuso con i tradizionali bis Sul bel Danubio blu e la Marcia di Radetzky e gli auguri dei Wiener Philharmoniker e di Nikolaus Harnoncourt di un anno di pace, e ce n’è veramente bisogno.

Buon anno da Hojotoho!

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