Martedì 4 settembre 2007, ore 21.15
Città di Castello, Auditorium S. Antonio
LA LIRA D’ESPÉRIA 1100-1300

Jordi Savall, Lira 6 corde, Viella 5 corde, Rebab
Driss El Maloumi, Oud
Pedro Estevan, Percussioni

Alle 21 e 25 (il concerto doveva iniziare alle 21 e 15) le maschere sono ancora intente a sistemare nella piccola sala, restaurata di fresco e trasformata in auditorium, l’ultima ondata di pubblico. Una nutrita schiera di esemplari di una flora esotica che solo le isole britanniche sono riuscite a produrre ed a mantenere pura ed immutata nel tempo, in quanto tutelata a dispetto delle mutate condizioni sociali, economiche e politiche mondiali, esportandola poi con secoli di colonialismo.

Si tratta dei sudditi di sua maestà la regina d’Inghilterra, quelli fortunati che vivono nelle colline della Toscana e dell’Umbria, copiosamente calati a Città di Castello per questo concerto.

L’introduzione di queste specie esotiche nell’ecosistema umbro-toscano, nel quale attecchiscono magnificamente, è avvenuta fin dall’antichità ed ha prodotto pesanti modifiche all’ambiente e al paesaggio, facendo di questi luoghi un sacrario della biodiversità, al punto però di sostituirsi quasi completamente alla vegetazione autoctona diventando la specie dominante. La presenza di questa vegetazione è oggetto di continuo dibattito, tra posizioni protezionistiche della biodiversità indigena dalle specie invasive, e della salvaguardia e del rispetto dell’identità paesaggistica tradizionale dei luoghi, e posizioni più aperte anche all’inserimento di vegetazione esotica, vista come fattore di interazione nella formazione dell’identità stessa dei luoghi.

L’introduzione di specie esotiche da sempre è vista con sospetto e suscita polemiche e controversie, con atteggiamenti che vanno dall’accettazione, in quanto considerate un arricchimento per utilità, rarità, preziosità, bellezza, il cui possesso può rappresentare uno status symbol, al rifiuto, in quanto considerate invadenti, inutili e innaturali.

Ci dicono i testi di botanica che dal punto di vista ecologico una specie esotica all’interno dell’ambiente in cui è introdotta può essere: invadente, in quanto sottrae habitat alle altre; varicante, quando si sostituisce ad una specie locale; può rimanere isolata o formare nuovi gruppi con altre specie, oppure restare una presenza casuale ed effimera, destinata a scomparire se non coltivata. La specie qui presente è sicuramente invadente e varicante; non è assolutamente destinata a scomparire anzi, è ben radicata; tende a formare nuovi gruppi ma esclusivamente con altri individui della stessa specie; non è di nessuna utilità; di rarità, in queste zone d’Italia non parlerei; di preziosità, men che meno; di bellezza, lasciamo perdere. C’è invece da chiedersi se la presenza di queste specie arricchisca la flora locale.

Ma com’è la presenza alloctona all’interno della sala? Britannicamente dressed, con toilette assolutamente inadeguate per qualunque evento. Tra le signore prevalgono mise preraffaellite, si notano in particolare impersonificazioni di Ofelia di John Everett Millais magicamente risorta dall’annegamento, assorte ed estatiche Beata Beatrix e Astarte Syriaca di Dante Gabriel Rossetti, ammantate Boreas o tragiche Isabella and the pot of basil di John William Waterhouse, ma tutte piuttosto attempate e dalle forme chi ad asparago e chi a cipolla. Come scarpe si passa dal sandalino piatto alla zeppa trampolata, la scelta è comunque totalmente indipendente dall’abito che si indossa.

I gentlemen sfoggiano giacchette dai tagli improvvisati, consunte e stropicciate come i pantaloni. Come materiali si passa, senza mezze misure, dal cotone leggero al tweed pesante, con panciotto in lana. Parimenti ai piedi si va dal sandalo, con tutti i suoi annessi e connessi (sic, i calzini), allo scarpone dark, anfibio, DrMartens. Anche per i signori le forme fisiche vanno dal cipollotto al ravanello, forma quest’ultima frutto di intense frequentazioni di pub in patria. Ladies and gentlemen sono tutti comunque accomunati dal pallore, nessuno di loro mostra un minimo di abbronzatura, a guardarli sembrano la negazione dell’esistenza del sole.

Vivono rintanati come bruchi in una bella mela succosa e saporita, traendo da questa tutto il nutrimento. Il carattere di questi bruchi ce lo descrive Lewis Carroll in: Alice's Adventures in Wonderland, quando Alice, caduta in un onirico mondo sotterraneo fatto di paradossi, assurdità e nonsense, ne incontra uno di colore blu, alto circa tre pollici che fuma un narghilé seduto su un fungo. Il bruco, è un tipo molto schivo, suscettibile e di poche parole. Alice trova alquanto fastidioso il suo modo di relazionarsi con lei, esprimendosi a monosillabi, lui trova molto fastidiosa la curiosità di Alice ed evita ogni sua domanda rispondendo con altri quesiti. Nel libro il Bruco non diventerà mai una farfalla.

Loro sono così. In sala parlano esclusivamente in inglese, anche quando raramente si rivolgono agli autoctoni con monosillabi. Non sia mai che facciano lo sforzo di adeguarsi alla lingua ed ai costumi del paese nel quale vivono, per gli inglesi sono sempre gli altri che devono adeguarsi a loro, mai il contrario. Anzi cercano di ricostruire un po’ di madrepatria anche in questi exclave britannici che sono diventate le contee di Tuscany and Umbriashire, parti di quel mondo onirico-favolistico in cui vivono, che per loro è quello raccontato da Lewis Carroll. Anche questi bruchi non diventeranno mai farfalle.

Quella di quest’anno è la quarantesima edizione del Festival delle Nazioni, ed è dedicata alla Spagna. Questa sera Jordi Savall, sarà protagonista di un concerto intitolato "La lira d’Espéria", che mette a confronto la musica dei paesi che si affacciano sul Mediterraneo lungo l’arco di diversi secoli, si va dal 1100 al 1300.

Alle 21:30 Savall sale sul palco accolto da un caloroso applauso. Indossa uno strano grembiulone grigio antracite, sopra ad un paio di pantaloni e ad una camicia di colore identico, un abbigliamento da bidello delle scuole elementari e medie di un tempo. Accorda i suoi strumenti: una Lira a 6 corde, una Viella a 5 corde, e un Rebab. Subito dopo salgono Driss El Maloumi, con un vestito che sembra un pigiama di raso nero, con in mano il suo strumento: l’oud, e Pedro Estevan, anche lui stranamente in pigiama girocollo grigio scuro, con alcune delle sue percussioni, tra le quali fanno spicco un tamburo africano, un tamburello con sonagli da "pizzica" salentina ed un’altra serie di giocattoli coloratissimi che farebbero la gioia di qualunque bambino. Le luci in sala si abbassano ed il concerto ha inizio e come per magia veniamo trasportati in altri luoghi, in un altro tempo, un tempo nel quale assieme ai conquistatori arabi arrivavano anche le loro musiche che si mescolavano con quelle dei popoli conquistati nei palazzi e nelle corti di Spagna, Francia, Italia. Una contaminazione, una mescolanza di ritmi, suoni, stili di grande fascino. Savall alterna musiche galiziane a musiche della Tracia, danze berbere a danze italiane, francesi, ottomane. Il patrimonio musicale che ci propone è quello della stratificazione della cultura mediterranea nella quale sono confluite le principali tradizioni delle civiltà greca, romana, bizantina, cristiana, ebraica, islamica. Savall è il maggiore storico del Mediterraneo, erede indiscusso di Brodel, riscopritore della ricchezza di un repertorio musicale che giaceva dimenticato nelle biblioteche di chiese e monasteri che lui ha riportato alla luce con un paziente e meticoloso lavoro di ricerca, ridonandogli nuova vita con le sue straordinarie capacità di esecutore. Savall si dimostra anche abile narratore; nel corso del concerto più volte si è fermato per raccontarci un’altra visione della storia, diversa da quella scritta sui libri che tutti conosciamo. Non è una storia di guerre e di conquiste, non è la storia della difesa o della prevaricazione di una fede su un’altra ma è la storia del mescolarsi di tante culture, che ha portato al fiorire di una vera e propria cultura del Mediterraneo, di quel mare che non a caso i latini chiamavano Mare Nostrum, che accomuna tutti i popoli ed i paesi che vi si affacciano e che hanno partecipato a costruire e a diffondere nel mondo conosciuto. Ci ha minuziosamente descritto gli strumenti utilizzati in questo concerto, le loro origini, il loro uso e la loro diffusione, come il rebab e l’oud che furono introdotti in Europa dagli arabi, che a loro volta li avevano conosciuti venendo a contatto con altre civiltà ancora più antiche, come quella persiana e bizantina. Impariamo così che il rebab è un antico strumento ad arco in uso nei paesi musulmani, intagliato in un unico blocco di legno, la cui cassa è ricoperta di una membrana animale, ed il cui manico è di una placca di rame traforato. Penetrato in Spagna intorno al VII secolo ha dato origine alla ribeca, e a tutt'oggi è lo strumento principale della musica afgana. Che l’oud è uno strumento cordofono della musica classica araba, documentato a partire dal VII secolo e giunto nell'Europa medioevale insieme alla penetrazione islamica. Si tratta dell’antenato del liuto, costituito da una grande cassa a forma di mandorla, dal dorso panciuto, con un manico privo di tasti e da 5 a 7 ordini di corde doppie, che vanno pizzicate con un plettro flessibile.

Impariamo che a differenza del mondo occidentale, che nel tempo ha sempre modificato i suoi strumenti cercando di migliorarli ma abbandonando nel contempo quelli antichi e dimenticando la prassi esecutiva, il mondo orientale ha nei secoli mantenuto inalterati i suoi strumenti conservando anche la prassi esecutiva.

Lo ascolteremmo per ore parlare e suonare con El Maloumi, autentico virtuoso dell’oud, ed Estevan, creatore di tappeti percussivi fantasiosi, costantemente variati e misurati, capace di estrarre dai suoi strumenti suoni incredibili ed impensabili: uno spettacolo nello spettacolo. Ci aiutano così nella comprensione delle caratteristiche fondamentali della musica medievale, delle sue origini, non restituendoci delle semplici melodie ma arricchendole di conoscenze più approfondite di carattere storico, metodologico e critico, recuperando e riproponendo i canoni estetici propri di un genere praticato secoli fa, poi abbandonato e dimenticato.

Il pubblico, sia quello autoctono che quello alloctono, si è dimostrato estremamente attento e competente ed ha decretato unanimemente il suo consenso richiamando più volte sul palco gli interpreti.

Associazione culturale Orfeo nella rete
http://www.orfeonellarete.it/
info@orfeonellarete.it
Designed by www.soluzioniweb-bologna.it