La “parola scenica” di Carlo Bergonzi

Essere dentro la musica. Ecco la sensazione che ancora oggi si ha ascoltando la voce di Carlo Bergonzi che si è spento a Milano il 26 luglio 2014 all’età di 90 anni e pochi giorni. Il tenore emiliano non è stato certo noto come Maria Callas, Renata Tebaldi, Giuseppe Di Stefano e Luciano Pavarotti e ne è, purtroppo, testimonianza lo scandaloso silenzio dei media sulla sua morte.

Per molti appassionati il suo nome è legato a quello di Verdi, di cui ha inciso tutte le arie per tenore in uno storico cofanetto. Crediamo che questo intimo rapporto vada oltre la comune terra nativa, e vada ricercata nella capacità di Bergonzi di tradurre nel suono della sua voce l’essenza stessa della drammaturgia verdiana e nella sua capacità di dare musica alla parola facendola divenire "parola scenica", che, come scrive lo stesso Verdi, "scolpisce e rende netta ed evidente una situazione". Ogni parola cantata da Bergonzi diveniva "parola scenica". Evidenziamo il termine "cantata" perché raramente si è sé sentito nelle sue interpretazione un singhiozzo, un pianto, un lamento, qualcosa di estraneo alla musica. Tutto nasceva dalle note che acquisivano espressione per se stesse, apparentemente, con la massima naturalezza, senza aggiungere né togliere nulla alle indicazioni del compositore. Semplicemente Bergonzi faceva emergere la situazione drammatica dalla parola che diventava musica. Basti solo pensare alla sua interpretazione di Riccardo in Un ballo in Maschera. Da qui, dalla voce di Bergonzi, abbiamo iniziato a scoprire la modernità di Verdi e da qui è nato un nuovo modo di cantare e un nuovo gusto che egli ha saputo adattare anche ad altri autori.

Stefania Navacchia

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