Pierre Boulez e l’arte di costruire suoni

Molti direttori compongono e molti compositori dirigono. Pochi hanno lasciato un segno marcato in entrambi questi ambiti. Vengono in mente due nomi Gustav Mahler e Pierre Boulez. Se per il primo non abbiamo testimonianza sonora della sua arte direttoriale, ma sappiamo che la sua fama in vita fu dovuta più alle sue esecuzioni che alle sue opere, difficilmente si può dire se Boulez, scomparso il 5 gennaio scorso, sia stato più importante come compositore o direttore d’orchestra, poiché le storie di entrambi gli ambiti sono imprescindibile dalla sua figura.

I due aspetti sono quasi inseparabili: la loro unione infatti non rappresenta solo la complessità del pensiero di Boulez, ma di tutta la musica dal Novecento in poi. Dalla sua articolata eredità (fatta di composizioni, esecuzioni e scritti teorici) traspare un intellettuale tipicamente francese, figlio al contempo di Cartesio e di Mallarmé. Ben noto è il suo rigore matematico, la sua attenzione alla struttura, che lo portarono ad essere uno dei maggiori esponenti della scuola di Darmstadt e che rendono le opere da lui dirette assai terse e trasparenti, quasi radiografate, fino a perderne spesso la complessità e l’aspetto poetico. Questa precisione è non tanto compensata, quanto integrata dalla tendenza a privilegiare l’aspetto percettivo della musica. Ecco allora che il timbro, elemento centrale della musica dal Novecento in poi, diventa un carattere distintivo di tutta l’arte di Boulez. Si pensi all’uso delle percussione ne Le marteau sans maitre, o alla evidenza data alle sonorità nelle opere di Mahler (non a caso), di cui è stato sicuramente uno degli interpreti più interessanti.

Questa convivenza di aspetti matematici e sensibili, essenza di tutta la musica, gli ha consentito di squarciare molti veli di Maya e di avere un atteggiamento sempre demistificatore e innovatore (l’esempio più emblematico è la sua lettura de Der Ring des Nibelungen, vero e proprio spartiacque nella storia dell’interpretazione wagneriana). Egli è stato una delle personalità più rappresentative del Novecento, in cui dopo le mitizzazioni romantiche, la musica è tornata ad essere l’arte di costruire suoni.

Stefania Navacchia

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