Alla librettistica si sono dedicati alcuni dei più grandi scrittori e poeti di tutti i tempi e di tutte le nazioni, Pietro Metastasio, Carlo Goldoni, John Gay, Ranieri de’ Calzabigi, Hugo von Hofmannsthal. Accanto a queste punte di diamante letterarie figurano però una miriade di altri autori, noti e meno noti, che facevano il librettista di mestiere e che, in molti casi, decretavano con la loro storia, la loro fantasia, i loro versi, il successo o meno dell’opera.

Solitamente siamo abituati a vedere/ascoltare un opera lirica nella sua completezza, musica, canto, testo, scene, costumi e regia, ma ci siamo mai soffermati alla sola vicenda narrata dal libretto? L’abbiamo ben chiara? Sappiamo cosa stiamo vedendo/ascoltando? Abbiamo mai prestato attenzione al linguaggio utilizzato dai librettisti? Cosa accade se ci limitiamo a leggere il libretto come testo narrativo o teatrale, tragico o comico, come novella o feuilletton, privato della musica e del teatro? Il lettore crederebbe a ciò che legge?

Non credo proprio, molto più spesso di quanto pensiamo ci troviamo in mano testi che a volte, neanche con tutta la teatralità, risultano credibili.

Abbiamo un Sigfrido che comprende il linguaggio degli uccelli e duetta con un drago; un Ernani che per mantenere fede alla parola data si autopugnala a morte al suono di un corno; una Aida, schiava nell’Egitto dei faraoni, che va in giro per il paese libera di fare quello che le pare, che decide di tapparsi nella tomba col suo amato Radamès; una zingara che brucia vivo per errore il proprio figlio; una Gilda che si fa deliberatamente ammazzare in luogo dell’amato duca di Mantova, dal killer che il di lei padre aveva assoldato per ucciderlo. Abbiamo anche la stessa storia che a seconda dei librettisti, attraverso i secoli cambia il finale, Orfeo perde la sua Euridice e viene dilaniato dalle Baccanti (Buti/Rossi), viene invece assunto nelle sfere celesti dal dio Apollo (Striggio/Monteverdi), vive felice e contento con la sua Euridice che gli viene restituita dagli dei (Calzabigi/Gluck).

Per non parlare del linguaggio utilizzato, c’è chi "ode l’orma dei passi spietati"; chi è "raggiante di pallor"; chi indossa "una larva", chi "l’assisa"; chi invece ha "le ciarpe al manco lato attorte"; chi chiede "ricetto"; chi è "utroque dottore", chi non rivedrà "le foreste imbalsamate", chi sale su "lo sgabello insanguinato"; chi lancia invocazioni disperate "involami all’aborrito amplesso" e chi frasi misteriose: "per te non havvi che l’aria d’Imeneo"; chi si trova di fronte a strani eventi "Sovra i flutti dei Ligeri impuri ei gorgoglia con funebre suon"; chi canticchia canzoncine insensate tipo "Ah, tra la la la! Ma, gnaffe, a me no se la fa", o anche "Weia! Waga! Woge, du Welle, walle zur Wiege! wagala weia! wallala weiala weia!".

Se i libretti vivono solo dentro l’opera, con la musica della quale sono parte integrante, perché allora privarli delle note musicali? Non certo per conferire ai testi uno status di autonomia che con tutta evidenza non possiedono, ma per sdrammatizzare e riderci un po’ sopra.

Inauguriamo così la rubrica "Opera apocrypha" nella quale raccontiamo, con parole (e parolacce) nostre le trame di alcune opere, quelle più famose, analizzandone, laddove il testo lo richiede, anche il libretto. Cominciamo subito con il piede sbagliato, partendo proprio da quell’opera che tutti i neofiti del melodramma devono evitare come la peste: La Tetralogia di Wagner.

Auguri.

1 - Der Ring des Nibelungen

2 - Nabucco

3 - Aida

4 - Ernani

5 - Il Trovatore

6 - Rigoletto

7 - Un ballo in maschera

8 - La forza del destino

9 - Norma

10 - Tosca

11 - Carmen

12 - Macbeth

13 - Lucia di Lammermoor

Silvano Santandrea

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